La nascita della Tuta nell’Italia Futurista – Jumpsuit from Futurism

Innovazione in ogni campo, rapidità e praticità nel costume e nella moda pervasero gusto e stili di vita dell’Italia futurista. L’abito per quanti aderirono alla corrente si trasformò nella rappresentazione della propria identità, dando il via alla

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Manifesto Futurista. Marinetti. “Le Figaro” 1909

produzione di capi di vestiario concepiti come opere d’arte. Tra queste creazioni spiccano i colorati e geometrici gilet creati da Depero dal 1923, allo stesso modo dei tessuti stampati opera di Sonia Delaunay.

depero futurismo moda panciotto fashion luciano lapadulaMeno glamour e maggiormente legata a un’idea di dinamismo e praticità, fu la nascita della tuta ideata da Thayaht nel giugno 1920. Il senso di questo innovativo capo era quello di rendere semplice e veloce la vestizione, garantendo comodità e agilità, in quanto un abito razionalista slegato da inutili orpelli. La spesa per la confezione dell’indumento doveva essere minima, in modo da poter essere confezionato anche in casa autonomamente, in linea con il principio funzionale dell’“abito-massa”. Nel 1873 negli Stati Uniti, levi jumper old tuta invenzione 1873 levis jeans storia luciano lapadula moda fashionLevi aveva iniziato la produzione di capi in denim destinati al lavoro, che evolvettero presto in overall con pettorina e bretelle, finché, nel 1906, Gertrude Stein raccontò del particolare abito indossato da Picasso, simile a una tuta. Oltre alla novità di aver assegnato un nome e quindi un’identità a quell’indumento, un ulteriore apporto è rinvenibile nel suo schema di progettazione, che rivestiva il corpo dando la prerogativa alla pratica bidimensionalità piuttosto che all’eleganza o alle forme.Thayaht nel giugno 1920 tuta storia moda futurismo fashion luciano lapadula Su “La Nazione” fu allegato un cartamodello della tuta al costo di soli cinquanta centesimi. Era la prima volta che si offriva ai lettori una sorta di coordinato: ideazione, realizzazione, neologismo, pubblicità, marketing e vendita, e non di un prodotto finito,
bensì di un cartamodello che permetteva una seriale riproducibilità dell’indumento
svincolandolo da marchi. Il successo fu notevole, la sua linea morbida, il tessuto lavabile, la semplice fattura e la purezza dei colori fecero della tuta un abito moderno,
dinamico e alla portata di tutti. thayaht tuta storia moda macabro grottesco luciano lapadula libro v magazine lampoon vogue glamourLa contessa Rucellai lo apprezzò al punto da organizzare nel suo palazzo un ballo-tributo in cui fu obbligatorio per tutti indossarla. «Tutti in tuta» proclamavano le pubblicità, un indumento unisex, nuovo, veloce, e soprattutto così simile al vestito antineutrale, di cui si discusse su un nuovo Manifesto il 20 maggio del 1914.

Da: “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume” di Luciano Lapadula. Edizioni Progedit 2017.

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Innovation in every field, speed and convenience in costume and fashion was the foundation of futurism in Italy. The dress for those who joined the stream became the representation of their identity, giving way thanks to the Futurist Manifesto by Marinetti on “Le Figaro” in 1909, to a production of garments designed as works of art. Among these creations stand out the colorful and geometric gilet created by Depero since 1923, in the same way as the printed fabrics by Sonia Delaunay.

Less glamorous and more connected to an idea of ​​dynamism and practicality, it was the birth of the jumpsuit created by Thayaht in June 1920. The sense of this innovative garment was to wear quickly and easily a dress, ensuring comfort and agility, as a rationalist dress had to be. The expense for the garment packaging had to be minimal, so that it could be packaged by yourself independently, in line with the functional principle of “dress-mass”. In 1873 in the United States, Levi started production of denim garments for work, which soon evolved into overall with bib and braces, until, in 1906, Gertrude Stein told of the particular suit worn by Picasso, similar to a jumpsuit. In addition to the novelty of having assigned a name and therefore an identity to that garment, a further contribution can be found in its design scheme, which covered the body giving the prerogative to practice two-dimensionality rather than elegance or forms. On “La Nazione” magazione, a paper pattern was attached to the suit for only fifty cents. It was the first time that readers were offered a sort of co-ordination: conception, creation, neologism, advertising, marketing and sales, and not a finished product,
but a paper pattern that allowed a serial reproducibility of the garment
freeing it from brands. The success was remarkable, its soft line, washable fabric, the simple workmanship and the purity of the colors made the suit a modern dress,
dynamic and accessible to everyone. Italian Countess Rucellai appreciated it to the point of organizing a tribute dance in her palace in which it was obligatory for everyone to wear it, as a dresscode. “Everyone in overalls” proclaimed advertisements, a unisex garment, new, fast, and above all so similar to the antineutral dress, which was discussed in a new Manifesto on May 20, 1914.

From my book: “Macabre and Grotesque in Fashion and Costume History)

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