Galitzine: ascesa e declino della Principessa della Moda|Galitzine: Rise and Fall from a Princess of fashion

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Era una principessa e si chiamava Irene Galitzine. Come in un favola visse in una dimora a soli 50 kilometri da Mosca, immersa nel verde e nel lusso, oltre 50 stanze, tappeti, vasellami, quadri preziosi. Suo padre amava andare a caccia nei boschi, seguito da staffette a cavallo pronte a servirgli champagne ghiacciato. Bei vestiti, feste, formazione di prim’ordine segnarono l’infanzia della giovane Irene, ormai adolescente. La Rivoluzione Russa incalzava, e la famiglia degli Zar sarebbe stata di lì a poco sterminata (look Here for more) . Come tutti i nobili del posto, anche i Galitzine fuggirono cercando rifugio in Europa. Irene andò a vivere in Italia, aveva 14 anni e tra gli studi come pittrice e quelli di diplomazia estera, prevalse il suo gusto innato e prepotente per la moda, per l’eleganza. Iniziò la sua carriera a Roma, insieme all’amica Simonetta Colonna di Cesarò, al tempo Fabiani, che nel ’46 presentò la sua prima collezione. Ai lavori come Public Relator dalle Sorelle Fontana seguirono i primi indipendenti passi nella sartoria, i suoi pigiami palazzo insieme agli abiti da sera divennero in breve tempo una divisa per le donne del jet-set internazionale. Nella rara immagine proveniente dal mio archivio, Jackie Kennedy, insieme a Irene, sfoggia un miniabito in shantung di seta al teatro “La Cometa” di Roma, era il 1968.

Solo pochi giorni dopo questo evento mondano tuttavia, il tribunale accolse i ricorsi di alcuni commercianti di tessuti che vantavano dei crediti dalla casa di moda per un totale di soli 4 milioni e mezzo di lire, certo, sempre più di 2250 euro odierni, ma pur sempre una cifra irrisoria per una stilista affermata come Galitzine. Eppure il curatore fallimentare, intemperante, concesse alla stilista di portare a termine solo gli abiti ordinati dalla regina Annamaria di Grecia, dopo di che la favola della principessa sarta e stilista venuta dalla Russia si interruppe. Indefessa però, l’elegante Galitzine non si dette per vinta e riuscì a riaprire la propria casa di moda solo due anni dopo. Il marchio oggi è ancora esistente e appartiene per lo più a un mercato di nicchia, ma questa è un’altra storia.

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She was a princess and her name was Irene Galitzine. As in a fairytale lived in a house just 50 kilometers from Moscow, surrounded by greenery and luxury, over 50 rooms, carpets, precious paintings. His father, when he went hunting in the woods, was followed by riding stirrups ready to serve him chilled champagne. The Russian Revolution was pressing, and the family of the Tsar would soon be exterminated (look Here for more). Like all Russian nobility, the Galitzines also fled seeking refuge in Europe. At the age of 14, the young Irene wanted to be a painter, or to try her diplomatic career, but her innate and overbearing taste for fashion and elegance prevailed. He began his career in Rome, together with his friend Simonetta Colonna di Cesarò, at the time Fabiani, who in 1946 presented his first collection. Sisters Fontana followed the first independent steps in the tailor’s shop as her Public Relator, her palace pajamas along with evening dresses soon became a uniform for the women of the international jet-set. In the rare image from my archive, Jackie Kennedy, along with Irene, sports a silk shantung minidress at the “La Cometa” theater in Rome. Only a few days after this worldly event, however, the court upheld the appeals of some creditors – mostly textile merchants – who boasted of credits from the fashion house, for a total of only 4 and a half million, of course, more than 2250 euro today, but still a ridiculous figure for an established designer like Galitzine. yet the bankruptcy trustee did not want to feel right, granted the designer only to carry out the dresses ordered by Queen Annamaria of Greece, after which the fable of the princess, a seamstress and stylist who had come from Russia, broke off. Undaunted, however, the elegant Galitzine did not give up and managed to reopen her own fashion house only two years later. The brand today is still existing and belongs mostly to a niche market, but that’s another story.

1952

Princess Irene Galitzine strikes a pose in her atelier

Irene galitzine 1965. Foto di Elsa Haertter in Siam. 1963 c

What glamour is.

Princess Galitzine and Marella Agnelli, Atelier Galitzine inauguration day in Veneto street, Rome

With Marella Agnelli during the opening of Galitzine Atelier

Abito scultura Irene Galitzine, Harper's Bazaar, Ottobre 1966

Harper’s Bazaar, Oct 1966

Irene galitzine 1968

From my archive  rare image of princess Irene Galitzine her with Jackie Kennedy wearing her couture creation in Rome. Year 1968 (copyright)

linea italiana isa stoppi galitzine

For “Linea Italiana” – Isa Stoppi supermodel

Photo by Bugat 1972 Galitzine jacket, trousers, sweater and shoes, Borbonese belt

Photo by Bugat 1972 Galitzine jacket, trousers, sweater and shoes, Borbonese belt

Diana Ross' Mahogany

Diana Ross in Galitzine from the movie Mahogany – 1975

 

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Sunrise: behind a silent movie

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This song of the man and his wife is of no place and every place:

you might hear it anywhere at any time

 

Siamo nel 1927, il cinema è muto, e Murnau sceglie un modernissimo George O’Brien per il ruolo di protagonista nel suo film capolavoro “Sunrise. A song of two humans“. Al suo fianco, curiosità, Janet Gaynor, celebre per esser stata la prima attrice nella storia a vincere un Oscar, lo stesso anno del film. La pellicola è struggente, di quelle che tengono col fiato sospeso, sbilanciandosi con violenta passione tra amore e morte, che lacerano la vita comune di una coppia nella sua quiete bucolica. Il diavolo travolge l’esistenza dei due nei panni di Margaret Livingston, bellissima ed emancipata donna di città che trascina con sé il profumo della modernità e della perdizione, spingendo in un vortice di ineludibile dannazione l’uomo che le cede sedotto. Margaret personifica così il suo tempo: la celebrazione del ritmo, del caos, delle luci metropolitane e del cinema, che  seducono, ma accecano. Fuma la bella Margaret, si pettina con impeto i corti capelli alla maschietta che appaiono quasi già in stile Punk, si esibisce in lingerie, inscenando uno striptease,  indossa una cloche e le calze di seta, e prima di uscire, di sera, si fa lucidare le calzature dall’anziana madre, sottomessa dal demone della ribelle. Sono immagini di modernità anche quelle che aprono il film: un treno, una nave, mezzi di trasporto che permettono il viaggio, tema che è metafora della vita, che pervade il film impregnandolo. Il sole sorge, esso tramonta, e nel farlo trascura indolente le gioie e i dolori di chi popola la terra, la vita  prosegue “alcune volte amara, altre dolce” così come racconta la pellicola, attraverso la vicenda dei suoi protagonisti. Il moderno, la velocità, la rapidità dell’esistenza e della bellezza sono un memento mori, una vanitas che seduce grazie al fascino del male e che si esprime con un assalto alla pace di una famiglia che vive di quel che la fattoria dona loro, tra la natura che è una madre amorevole. Margaret piomba in quella immobilità e ne stravolge con furia l’amore sincero; il sensuale e virile George soccombe alle lusinghe della mantide venuta dalla rumorosa città, e la incontra di notte, in riva al lago. Lì lei lo aspetta, indossa un abito nero e ha il bel volto truccato, artefatto, illuminato dalla luna, metafora della notte, della donna, antitesi del sole, della luce. Murnau inquadra bene questa scena di tormentata passione, e sistema i due peccatori sulla sponda del lago, ulteriore allegoria che è contaminazione lasciva, e sommerge di perdizione i due amanti. “Dimmi, sei tutto mio”? Lei chiede e poi lo divora di baci, e lo opprime con il suo piano diabolico: “Vendi la fattoria e vieni con me in città”…”E mia moglie”? …. “Non potrebbe annegare”? Questa scritta terribile lacera lo schermo per poi disciogliersi tragicamente. Vorrebbe uccidere questa perversa amante, George, ma la scritta “Vieni in Città” si fa più grande e tuona nei pensieri di lui, Margaret gli descrive lo sfavillio del mondo moderno e danza al chiaro di luna, danzando un ballo nuovo, scatenato, tribale.

La povera Janet intanto è a casa e piange, e stringe a sé il suo bambino, disperata per aver perso l’amore del marito. E’ lei il simbolo del passato e della tradizione, della ruralità, di una vita sana, non indossa abiti del suo tempo, ma quelli di un’epoca trascorsa, i capelli sono raccolti in una crocchia, il volto è struccato, l’aspetto è nel complesso di stile vittoriano. Suo marito intanto ha pianificato il finto incidente: la barca rovesciata, Janet annegata, lui salvo grazie a un fuscello di canne di bambù che intanto ha già sistemato sul fondo del piccolo battello. Torna a casa, e una luce che diventa ombra compare sul muro e si allunga sul letto mentre sfinita, Janet dorme: le ante della finestra riflettono una croce che copre il corpo della donna, spaventoso presagio di una morte annunciata. George osserva sua moglie, e rivede l’acqua del lago, torbida e colpevole, un’acqua che da simbolo della genesi si trasforma in quello della dipartita.

Sorge il sole di un giorno fatidico, George sorprende sua moglie invitandola a una gita in barca, lei salta dalla gioia, si illude lui la ami davvero, ma il cane avverte l’inganno, si ribella, si agita impotente. Janet indossa l’abito buono, quello bianco, ha una stola, e sembra una sposa, si odono i suoni di una campana, rintocchi a morte, la scena è di spietata bellezza. Una volta a largo lui si avvicina per strozzarla, ma non riesce, risuona la campana, è la voce di Dio e l’uomo rinsavisce, si pente, si dispera per la sua miseria. Rema velocemente al contrario, ritorna sui suoi passi, ma Janet tornata a riva fugge straziata, lui la insegue le chiede perdono, la supplica in ogni modo. La segue in quella fuga disperata fino in città, le compra un mazzetto di fiori, la ama e lo ha riscoperto. Piange inconsolabile sua moglie, anche all’interno di un bar che è uno spazio metafisico. Piange fin quando, per strada incrociano un matrimonio. Janet strige al petto i fiori, sono loro due i veri sposi, entrano in chiesa e assistono alla celebrazione, commossi. Il prete chiede “la amerai”? E George dall’ultima fila risponde di si alla sua donna, e piange, stringendola a sé. “Perdonami”, le campane suonano, l’amore trionfa, Dio vince sul male.

Come due novelli sposi i due escono dalla chiesa, un effetto speciale trasforma le strade di città in un giardino fiorito. E’ il tempo di festeggiare, i due entrano in un salone da barba, è moderno, unisex, una commessa avvenente appare già come un pin-up degli anni ’50, cerca di sedurre l’uomo che rifiuta l’approccio. Sua moglie intanto rifugge le avances di un altro uomo, i due innamorati escono dal salone e decidono di farsi ritrarre in una fotografia, all’epoca un lusso. La semplicità di questo amore viene evidenziata quando la coppia fa cadere una piccola venere di Nike e crede di averne decollato la testa. E’ il trionfo della candidezza, del bene sul male, l’annientamento del progresso che è perdizione.

E’ tramontato il sole di questa particolare giornata, gli innamorati ritornano in barca, vogliono ancora vivere quella gioia sino a mezzanotte. Il lago è calmo, fino a che d’improvviso quella pace viene rotta da un violento temporale estivo. Le onde sono spaventose, la barca è in loro balia, e con essa il destino dei due. La notte spaventosa si impadronisce della vita dei due innamorati, mentre Margaret nella sua stanza immagina George che uccide sua moglie. L’uomo ricorda del fuscello di canne e lo lega al corpo di Janet. La barca è distrutta, i due si perdono tra le onde. Miracolosamente il forte uomo si ritrova solo, sugli scogli, è vivo. Cerca sua moglie, si dispera, non la trova. Accorre tutto il paese, Margaret che ode le urla si unisce al corteo e spia nascosta tra i rami tutta la scena. “Ce l’ha fatta” pensa Margaret che vede l’uomo dimenarsi tra la folla mentre torna in acqua a cercare la sua Janet. La trova, galleggia sull’acqua tra le canne di bambù come un’Ofelia baciata dalla morte. Il paese è in tumulto per la disgrazia, l’uomo annientato torna a casa, la scena è commovente. Margaret lo raggiunge per festeggiare, ma George quasi l’ammazza, e lei fugge spaventata via da quel paese per tornare nell’inferno della città. Quando tutto appare perduto, irrimediabile come solo la morte può essere, ecco che una nuova luce sorge, e disegna ancora una croce sul talamo vuoto. Quasi sfondano la porta gli uomini del paese che in trionfo portano da George il corpo della sua Janet: è viva! I due si stringono nel più bello degli abbracci, il sole sorge, l’amore trionfa.

Luciano Lapadula

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We are in 1927, cinema is silent, and Murnau chooses a very modern George O’Brien for the role of protagonist in his masterpiece film “Sunset: A song of two humans”. At his side, curiosity, Janet Gaynor, famous for being the first actress in history to win an Oscar, the same year of this movie. The film is poignant, those that hold with bated breath, unbalancing with violent passion between love and death, which tear the common life of a couple in its bucolic quiet. The devil overwhelms the existence of the couple in the role of Margaret Livingston, beautiful and emancipated city woman who drags with her the scent of modernity and perdition, pushing into a vortex of inescapable damnation the man who gives her seduced. Margaret thus personifies her time: the celebration of rhythm, chaos, metropolitan lights and cinema, which seduce but blind. She smoke cigarettes, she combs with impetuous her short hair who appear almost already in Punk style, she is in lingerie, after she wears a cloche hat and silk stockings. These are also images of modernity that open the film: a train, a ship, means of transport that allow travel, a theme that is a metaphor for life, which pervades the movie. The sun rises, it sets, and in doing so indolent neglects the joys and sorrows of those who inhabit the earth, life continues “sometimes bitter, sometimes sweet” as told by the film, through the story of its protagonists. The modern, the speed, the speed of existence and beauty are a memento mori, a vanitas that seduces thanks to the charm of evil and expresses itself with an assault on the peace of a family that lives on what the farm gives them, between nature that is a loving mother. Margaret falls into that stillness and fervently overthrows her sincere love; the sensual  George succumbs to the flattery of the mantis coming from the noisy city, and meets her at night, by the lake. There she waits for him, wearing a black dress and has a beautiful made up face, artifact, lit by the moon, metaphor of night, of woman, antithesis of the sun, of light. Murnau frames this scene of tormented passion well, and arranges the two sinners on the shore of the lake, a further allegory that is lascivious contamination, and submerges the two lovers with perdition. “Tell me, are you all mine”? She asks and then devours him of kisses, and oppresses him with his diabolical plan: “sell the farm and come with me to the city” … “And my wife”? …. “Couldn’t she get drowned?”? This terrible writing tears the screen and then dissolves tragically. He would like to kill this perverse lover,  but the writing “Come to Town” gets bigger and thunders in his thoughts, Margaret describes the sparkle of the modern world and dances in the moonlight, dancing a new dance, wild, tribal .The poor Janet is at home and cries, and hugs her child, desperate for having lost her beloved husband. She is the symbol of the past and of tradition, of rurality, of a healthy life, she does not wear clothes of her time, but those of a past age, her hair is gathered, tshe doesn’t wear make-up, the appearance it is in the Victorian style. Meanwhile, her husband has planned the fake accident: the boat overturned, Janet drowned, he saved thanks to a twig of bamboo reeds that meanwhile has already settled on the bottom of the small boat. He back home, and a light that becomes shadow appears on the wall and stretches out on the bed while exhausted, Janet sleeps: the window doors reflect a cross that covers the woman’s body, an appalling presage of an announced death. George observes his wife, and sees the water of the lake, murky and guilty, a water that was the symbol of the genesis and becomes that of the departure. The sun of a fateful day comes, George surprises his wife by inviting her to a boat trip, she leaps out of joy, she deludes him she really loves her, but the dog feels the deception, rebels, agitates helplessly. Janet wears her best dress, the white one, she has a stole, and she looks like a bride, we hear the sounds of a bell, tolling to death, the scene is of ruthless beauty. Once off he approaches to strangle her, but fails, the bell rings, it is the voice of God and the man turns away, repents, despairs for his misery. She quickly rears backwards, retraces her steps, but Janet returns to shore flees torn, he pursues her, begs her forgiveness, begs her in every way. He follows her in that desperate flight to the city, buys her a bunch of flowers, loves her and rediscovers it. His wife is inconsolable, even inside a coffee shop that is a metaphysical space. He cries until a marriage is crossed on the street.

Janet holds the flowers to the chest, they are the two real spouses, they enter inside the church and attend the celebration. The priest asks “will you love her”? And George from the last row answers yes to his woman, and cries, holding her to him. “Forgive me”, the bells ring, love triumphs, God overcomes evil.

As two newlyweds the two leave the church, a special effect transforms the city streets into a flower garden. It’s time to celebrate, the two enter a shaving salon, it’s modern, unisex, a successful saleswoman already appears as a pin-up of the 50s, trying to seduce the man who refuses the approach. His wife in the meantime he shuns the advances of another man, the two lovers leave the salon and decide to be portrayed in a photograph,  a luxury at the time. The simplicity of this love is highlighted when the couple drops a small Nike Venus and believes it has taken off its head. It is the triumph of candor, of good over evil, the annihilation of progress that is perdition.

The sun has set, it was a beautiful day, the lovers return by boat, they still want to live that joy until midnight. The lake is calm, until suddenly that peace is broken by a violent summer storm. The waves are scary, the boat is in their mercy, and with it the fate of the two. The scary night takes hold of the lives of the two lovers, while Margaret in her room imagines George while killing his wife. The man remembers the twig of reeds and ties him to Janet’s body. The boat is destroyed, the two are lost in the waves. Miraculously the strong man finds himself alone, on the rocks, he is alive. He searches for his wife, he is in despair, he can not find her. The whole village rushes, Margaret who hears the screams joins the parade and hidden spy in the branches throughout the scene. “He did it,” thinks Margart, who sees the man struggling in the crowd as he returns to the water to look for his Janet. He finds her, floating on the water among the bamboo reeds like an Ophelia kissed by death. The country is in turmoil due to the disgrace, the annihilated man returns home, the scene is moving. Margaret joins him to celebrate, but George almost kills her, and she flees scared away from that country to return to the hell of the city. When everything appears lost, irremediable as only death can be, here a new light arises, and draws a cross again on the empty thalamus. The men of the village almost break through the door, who in triumph carry the body of his Janet from George: she is alive! The two hug each other in the most beautiful hugs, the sun rises, love triumphs.

 

Luciano Lapadula ©

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Travel, caos, modernity

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The elderly mother shines shoes to her daughter

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Into the spiral of perdition

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Are you only Mine?

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Modern and hypnotic dance

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Come to Town!

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Gloomy future

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A cross on the bed: an omen of the end

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A cross on the bed: an omen of the end

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A dazed look, a dangerous request

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Please Forgive Me

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Will you love me forever?

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A new promise of love

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The moment of the shipwreck

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She is imagining what is happening

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Another cross on the bed

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An hug full of love

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New Day Come

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Happy End

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Madeleine: la Bovary dimenticata – Madeleine: the lost Bovary

Erano trascorsi pochi anni dalla pubblicazione di “Madame Bovary”, quando Henri Bourget, nel 1889, scrisse “Le Disciple”. La nuova tragica eroina del romanzo evocava un fatto di sangue e amore avvenuto realmente qualche anno prima nelle terre dell’Africa francese.  Madeleine era tanto bella quanto sola, le sue giornate trascorrevano nel silenzio più greve di chi a trent’anni era condannato dalla vita a un’asfissiante solitudine. Suo  marito, Monsieur G., era sempre lontano per lavoro, e la sontuosa villa, il giardino, i bei vestiti, i regali, non rendevano felice la giovane.

Un bagliore improvviso illuminò la sua spenta realtà quando scoprì di essere incinta. Tutto l’amore bramato prima, traboccò tra le braccia della piccola creatura, ma il destino, feroce, le strappò quel suo unico compagno: una febbre malarica uccise il bambino lasciando cadere Madeleine in una inconsolabile disperazione. Le giornate tornarono lunghe, buie, lontano dalle feste e dai divertimenti la bella ragazza accettò di vivere in silenzio il proprio castigo.

Trascorsero così alcuni mesi, fino a quando un giorno il destino tornò a bussare alla sua porta: una vicina le chiese il favore di ospitare le sue due figlie durante l’assenza di lei, per un mese. Purtroppo però, le due piccole insieme alle loro risa innocenti introdussero nell’esistenza della sfortunata ragazza, anche il fratello maggiore: Henry. Bellezza mediterranea, baffetti neri e sguardo di fuoco, il ventiquattrenne  proveniva dalla Parigi bohemienne; romantico e struggente corteggiò senza sosta Madeleine, che cedette alle lusinghe scivolando nel vortice della più sfrenata e pericolosa passione. Gli incontri avvenivano nella casa di lei, tutte le volte che il marito era assente. Inutile per i due resistere a quella morbosa reciproca attrazione, man mano che il tempo passava la relazione pericolosa si accendeva, fin quando i due decisero di fuggire per vivere finalmente uniti.

Cercarono di accumulare del denaro per la fuga, progettata per un pomeriggio di gennaio, dopo che il giovane studente avrebbe accompagnato il marito di Madeleine alla stazione. Occorrevano 10.000 franchi, promessa di amici, banche, strozzini, tutti creditori che però quel fatidico pomeriggio d’inverno ritrattarono l’offerta, segnando il tragico epilogo di questa storia. Madeleine attese per ore l’arrivo del suo amato, fantasticando sulle terre lontane che li attendevano, ma dal sentiero, all’imbrunire Henry apparve affranto ed esibì il portafoglio vuoto, metafora di un futuro negato. Rientrarono a casa, disperati. L’assenzio non alleviò il dolore per il sogno infranto, gli amanti non sopportavano più di vivere separati.

Esausta, Madeleine implorò al giovane di tener fede a un loro vecchio giuramento: insieme per sempre, contro ogni avversità, sarebbero partiti per un viaggio più lungo. “Spara! Spara! Spara alla tempia!” Urlava Madeleine con gli occhi infuocati. Il giovane piangeva, si rifiutava di uccidere la donna che amava, ma: “Spara Codardo! Lo hai giurato sulla testa di tua madre! Spara!”. Sparò. Lei cadde sul letto, si muoveva ancora e pronunciava il nome di lui quando un secondo colpo finì i suoi tormenti. E allora il bel tenebroso rivolse l’arma contro di sé e lasciò partire il colpo sul volto. Cadde sul letto, era ancora vivo. Dei passanti udirono gli spari, i lamenti, forzarono il cancello e sfondarono la porta: i due erano vicini, lei nuda, i vestiti ordinati e ripiegati sulla sedia. Henry quasi esanime, reso irriconoscibile in volto, l’aria era profumata di polvere da sparo e le coperte gelide di sangue ancora bollente.

Dopo solo un mese ci fu il processo, il signor G. cercò in ogni modo di tener salva la propria dignità accusando il giovane di violenza e omicidio, e nonostante le lettere d’amore e le testimonianze di molti, Henry venne mandato ai lavori forzati, commutati poi dal presidente della Repubblica di Francia, Jules Grévy, in sette anni di prigione. Si persero poi le sue tracce, nulla si conosce sul resto della sua esistenza, e nulla è rimasto della storia di quest’amore maledetto.

Oggi per caso ho aperto un vecchio, impolverato, sbiadito documento e ho fatto rivivere Madeleine, che è sempre con Henry.

 

Luciano Lapadula

A few years had passed since the publication of “Madame Bovary”, when Henri Bourget, in 1889, wrote “Le Disciple”. The new tragic heroine of the novel evoked a fact of blood and love that actually took place a few years earlier in the lands of French Africa. Madeleine was as beautiful as she was alone, her days spent in the heaviest silence of those who at thirty woman were condemned by life to an asphyxiating solitude. Her husband, Monsieur G., was always away for work, and the sumptuous house, the garden, the beautiful clothes, the presents did not make the young woman happy. A sudden glow brightened her dark reality when she discovered she was pregnant. All the love coveted before, overflowed into the arms of the little creature, but fate, fierce, tore that one of her only companion: a malarial fever killed the child dropping Madeleine in an inconsolable despair. The days came back long, dark, away from parties and entertainments, the beautiful girl agreed to live in silence her own punishment. They went on for a few months, until one day the fate came knocking on her door: a neighbor asked her favor to host her two daughters during her absence for a month. Unfortunately, the two small along with their innocent laughs introduced into the existence of the unfortunate girl, even the older brother: Henry. Mediterranean beauty, black mustache and a beautiful look, the twenty-four year old came from bohemian Paris; romantic and poignant he courted non-stop Madeleine, who yielded to the flattery slipping into the vortex of the most unbridled and dangerous passion. The meetings took place in her house, whenever her husband was absent. It was useless for the two to resist that morbid mutual attraction, as time passed, the dangerous relationship lit up, until the two decided to flee to finally live united. They tried to accumulate some money for escape, planned for a January afternoon. , after the young student would have accompanied Madeleine’s husband to the station. It took 10,000 francs, a promise of friends, banks, loan sharks, all creditors, but that fateful winter afternoon retracted the offer, marking the tragic epilogue of this story. Madeleine waited for hours for the arrival of her beloved, fantasizing about the far lands that awaited them, but from the path, at dusk Henry appeared broken and exhibited his empty wallet, a metaphor for a denied future. They came home, desperate. Absinthe did not alleviate the pain of the broken dream, the lovers could not bear to live apart. So Madeleine implored the young man to keep faith with their old oath: together forever, against any adversity, they would leave for a trip more long. “Shoot! Shoot! Shoot me Now!” He shouted Madeleine with fiery eyes. The young man cried, refused to kill the woman he loved, but: “Shoot Coward! You swore it on your mother’s head! Shoot!” He fired. She fell on the bed, moved again and pronounced his name when a second shot ended her torment. And then the beautiful darkness turned the weapon against himself and let the blow start on his face. He fell on the bed, he was still alive. Passersby heard the shots, the moans, forced the gate and broke the door: the two were close, she was naked, the clothes tidied and folded on the chair. Henry almost lifeless, unrecognizable in the face, the air was smelling of gunpowder and the blankets were still bloody with blood still hot. After only a month there was the trial, Mr. G. tried in every way to preserve his dignity accusing the young man of violence and murder, and despite the love letters and testimonies of many, Henry was sent to forced labor, then commuted by the President of the Republic of France, Jules Grévy, in seven years in prison. Then his traces were lost, nothing is known about the rest of his life, and nothing is left of the story of this cursed love.Today I have opened an old, dusty, faded document and I have let revived Madeleine, who is always with Henry.

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Le Disciple – Collection  Nelson – Barribal William H.

 

When an old photo describes a moment in life

La modella, è elegante con i suoi capelli biondi  raccolti in uno chignon illuminato da un fermaglio dorato. Indossa un maglioncino verde come la speranza mentre, dando le spalle a noi e alla camera, è immersa nella fotografia che stringe tra le mani. Contempla un ritratto in bianco e nero, sbiadito come un malinconico ricordo. 

Quest’opera d’arte è frutto del lavoro della fotogafa Frances McLaughlin-Gill, e venne pubblicato il 1′ dicembre 1946 su Vogue America. Frances fu la prima donna a ottenere un contratto come fotografa per Vogue Usa.

The model is elegant with her hair pulled back and held up with a clip. Her back is to us and to the camera, and she’s wearing a low cut evening crochet sweater, green as hope. The #atmosphere is full of feeling and #sadness. She is looking at one photo. In black and white like an old #memory.

This atrwork was made by Frances McLaughlin-Gill for Vogue, year 1946. Frances was the first female fashion photographer under contract with #Vogue

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Ph by Frances McLaughlin-Gill’s, appeared on Vogue – 1th December 1946

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“The Macabre and Grotesque in Fashion and Costume History”

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