The Most Beautiful Suicide

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Sul biglietto che Evelyn lasciò prima del tragico salto scrisse:

Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo.Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno.
Sarà molto più felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente, ho fin troppe cose in comune con mia madre

Era una ragazza di soli 23 anni.

Può un suicidio trattenere bellezza e trasformarsi in un’opera d’arte?

Io credo di si. L’elogio della morte di una bella ragazza è atroce e seducente. Da Andy Warhol a David Bowie – nella sua canzone “Jump They Say” – l’esistenza dolorosa di una vita spezzata nel suo fiorire, rende la protagonista un’eroina eterna.

Tratto dal mio libro “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume“,

la descrizione dell’accaduto.

 

“Edgar Allan Poe, all’interno del
suo saggio La filosofia della composizione,
scrisse che
«la morte di una bella
donna è senza dubbio l’argomento
più poetico del mondo»
e in proposito
colma di emozione è l’immagine
realizzata per caso dall’allora aiuto fotografo
Robert Wiles il primo maggio
1947.
Riuscì a immortalare la ventitreenne
Evelyn McHale distesa con
elegante ma innaturale compostezza
sul tetto di una limousine dopo un
lungo volo dall’ottantaseiesimo piano
dell’Empire State Building.
La fanciulla appare dolcemente
sprofondata tra le scure lamiere del
veicolo, i vetri infranti, l’acciaio laccato
ricurvo su se stesso per la violenza
dell’impatto, e lei lì, supina come
una bella addormentata in un sonno
senza fiato.
Dal freddo metallo della
vettura emerge prepotente il colore
rosso del raffinato tailleur. Bianca la
camicetta e bianchi i lunghi guantini
che vestono ancora alle mani. I capelli
biondi circondano un volto bellissimo
e dal trucco perfetto. Le calze sono
abbassate. Le braccia sono piegate e
la mano sinistra appare gentile accanto
al volto, socchiusa in un gesto che
sembra sofisticato e fascinoso.
Il suicidio
perde in questo caso l’orrore del
suo significato grazie alla bellezza di
un’immagine che appare come quella
di una rivista di moda. La paradossale
assenza di sangue e di deturpazione,
abbinata alla compostezza del soggetto,
fecero sorgere l’appellativo con il
quale la fotografia venne chiamata:
“il suicidio più bello”.
L’immagine lascia
scaturire una forte contraddizione
nella mente dello spettatore, sedotto
dall’estetica della morte che appare
crudelmente soave.
Vorremmo chiedere
a Evelyn il perché di quel gesto,
la frustrazione per l’incomprensibilità
della sua scelta genera una morbosa
attenzione ai dettagli che raccontano
della sua vita: la bianca sciarpa che
vorticosamente scendeva dalla finestra
raggiungendo il corpo, il porta-
trucco lasciato in disparte insieme al
cappotto ripiegato, la sua lettera di
addio.
Una morte violenta per una
fotografia dalla bellezza immortale.
Questa immagine attraente e insieme
aberrante venne pubblicata
all’interno della rivista “Life” con il
titolo The Most Beautiful Suicide.
La didascalia narrava:
«At the bottom of
the Empire State Building the body
of Evelyn McHale reposes calmly in
grotesque bier, her falling body punched
into the top of a car».
Lo scatto
fu poi rielaborato da Andy Warhol
nel 1962 con il nome: Suicide (Fallen
Body), in un’indagine sul rapporto tra
bellezza, morte e Pop Art.”
Luciano Lapadula

© COPYRIGHT:
Divieto di copia e riproduzione.
Contattare l’autore per info e disponibilità
Do Not Copy. Contact the writer for info

 

 

The Most Beautiful Suicide

On the piece of paper Evelyn left before the tragic leap, she wrote:

I don’t want anyone in or out of my family to see any part of me. Could you destroy my body by cremation? I beg of you and my family – don’t have any service for me or remembrance for me. My fiancé asked me to marry him in June. I don’t think I would make a good wife for anybody. He is much better off without me. Tell my father, I have too many of my mother’s tendencies

She was only 23 years old.

Can a suicide keep beauty and transform into a work of art?

I think yes. The praise of the death of a beautiful girl is terrible and seductive. From Andy Warhol to David Bowie – in his song “Jump They Say” – the traumatic existence of a life broken in its blossom, makes the protagonist an eternal heroine.

Taken from my book “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume“,

the description of the fact.

“Edgar Allan Poe, within its essay Philosophy of composition,
wrote that

«the death of a beautiful
woman is undoubtedly the most poetic
topic of the world »

and about this
the image realized by chance
by the former assistant photographer

Robert Wiles on the first of May
1947 is rich of emotion.

He succeeded in capturing the twenty-three years-old
Evelyn McHale lying with
elegant but unnatural composure
on the top of a limousine after a
long flight from the eighty-sixth floor
of the Empire State Building.


The girl seems to be sweetly
collapsed among the dark plates of
the car, the glasses smashed, the lacquered steel
bent on itself because of the violence
of the impact and the girl there, supine as
a sleeping beauty in a breathless
sleep.

From the ice-cold metal of the
car there comes, violently, the red colour
of the sophisticated suit. 
White is the

blouse and white are the long gloves
that still adorn her hands. Her blonde
hair frame a beautiful face
with a perfect makeup. 
The tights are
taken down. abbassate. Her arms are bent and
the left hand seems to be gentle near
the face, half-closed in a gesture that
seems to be sophisticated and charming.

The suicide,
in this case, loses the atrociousness of
its meaning thanks to the beauty of
an image that seems to come from 
a fashion magazine.

The paradoxical
absence of blood and disfigurement,
combined with the composure of the subject,
gave birth to the title with
which the picture was called:
“The Most Beautiful Suicide”.

The image gives
origin to a strong contradiction
in the observer’s mind, seduced
by the aesthetic of death that seems to be
cruelly sweet.

We would like to ask
Evelyn the reason of that gesture,
the frustration for the incomprehensibility
of her choice generates a morbid
attention to the details that
tell her life: the white scarf that
vertically fell from the window
reaching the body,
the beauty case left apart together with the folded coat, her suicide note.

A violent death for a
picture having an immortal beauty.


This charming and simultaneously
aberrant image was published
in the magazine “Life” with the
title The Most Beautiful Suicide.

The caption told:

«At the bottom of
the Empire State Building the body
of Evelyn McHale reposes calmly in
grotesque bier, her falling body punched
into the top of a car».

The shot
has been then redesigned by Andy Warhol
in 1962 with the name: Suicide (Fallen
Body), in a study about the relationship between 
beauty, death and Pop Art.”

Luciano Lapadula

Special Thanks for supporting in translation to

Serena Bartolo trad.serenabartolo@gmail.com

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Evelyn Francis McHale

BIRTH

Berkeley, Alameda County, California, USA
DEATH 1 May 1947 (aged 23)

Manhattan, New York County (Manhattan), New York, USA
BURIAL

Middle VillageQueens CountyNew YorkUSA

evelyn francis mchale 1923

evelyn mchale photo portrait fotografia blog

 

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Stripes & Disorders from fashion in 1914 – 1915

 

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Quello della striscia come motivo ornamentale o pattern per indumenti merita una riflessione approfondita. Mi limito qui, in sintesi, a farvi riflettere sul ruolo che questa geometria assume nel campo della semiologia e quindi della storia del costume. La riga, la striatura, la striscia, riveste il corpo interrompendo in modo violento un “tutto” sottoesposto generando così in chi guarda l’abito – e allora chi lo indossa – un senso di confusione, misto a eccitazione e persino ricusazione. Come il simbolo di un divieto, quello di un’allerta, o come una sbarra che impedisce un passaggio, la striscia nel suo consueto bicolore, cattura l’attenzione spezzando la regola dell’uniforme: irriverente e ribelle diviene alla moda intorno al 1914 – 1915, e non a caso. La Belle Époque con la sua sfrenatezza cancella il ruolo della donna “angelo del focolare” in virtù di una nuova figura emancipata, pronta a riprendere il proprio ruolo sociale. I venti di guerra poi, soffiano tra le strade delle città, profumando l’aria di polvere da sparo. La riga così spunta violenta dalle tele di Egon Schiele e dagli abiti di Paul Poiret, comparendo sui vestiti delle signore alla moda, simbolo del tempo nuovo e della pericolosità di quello futuro.

That of the stripe as an ornamental motif or garment pattern deserves a thorough reflection. In short, I limit myself here to reflect on the role that this geometry assumes in the field of semiology and therefore of the history of customs. The line, the streak, the strip, covers the body violently interrupting a “whole” underexposed thus generating in the viewer the dress – and then the wearer – a sense of confusion, mixed with excitement and even rejection. As the symbol of a ban, that of an alert, or like a bar that prevents a passage, the strip in its usual two-color, catches the attention breaking the rule of the uniform: irreverent and rebel becomes fashionable around 1914 – 1915, and not by chance. The Belle Époque with its wilderness cancels the role of the woman “angel of the hearth” by virtue of a new emancipated figure, ready to resume its social role. The winds of war then, blow through the streets of the city, smelling the air of gunpowder. The line so violent check on the clothes of fashionable ladies, symbol of the new time and the danger of the future.

Portrait of Edith Schiele in a Striped Dress - Egon Schiele, 1915

Egon Schiele Portrait of Edith Schiele in a Striped Dress – 1915

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Egon Schiele and wife Edith (muse) with Striped Dress Sitting, ca 1915. – artwork by Schiele 1915 – Emilie Louise Flöge – 1914 – wearing one of Gustav Klimt’s dress shirts that he made just for her

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Matisse – Striped Jacket, 1914

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Viv in Blue Stripe, 1914 – Robert Henri (

llustration de mode française Georges Barbier petit manteau de velours dans costumes parisiens 1914 stripes

French Illustration by Georges Barbierfor Costumes Parisiens – 1914

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The Delineator – July 1914

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Fashion Plate from The Delineator – July 1914

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The Modern Priscilla, October 1915

Les Modes (Paris) 1914 Costume tailleur par Redfern

Les Modes, Paris – 1914 Costume tailleur by Redfern

Les Modes (Paris) 1914 Robe d'apres-midi par Zimmermann

Les Modes, Paris – 1914 Robe d’apres-midi byZ immermann

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1914 c. fashion for a day at the races

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Olga Skott Vänersborg – 1914, by K & A Vikner – Vänersborg Museum

1915 a fool there was

Theda Bara in a scene from the film ‘A Fool There Was’ 1915

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Theda Bara in a scene from the film ‘A Fool There Was’ 1915

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Sunrise: behind a silent movie

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This song of the man and his wife is of no place and every place:

you might hear it anywhere at any time

 

Siamo nel 1927, il cinema è muto, e Murnau sceglie un modernissimo George O’Brien per il ruolo di protagonista nel suo film capolavoro “Sunrise. A song of two humans“. Al suo fianco, curiosità, Janet Gaynor, celebre per esser stata la prima attrice nella storia a vincere un Oscar, lo stesso anno del film. La pellicola è struggente, di quelle che tengono col fiato sospeso, sbilanciandosi con violenta passione tra amore e morte, che lacerano la vita comune di una coppia nella sua quiete bucolica. Il diavolo travolge l’esistenza dei due nei panni di Margaret Livingston, bellissima ed emancipata donna di città che trascina con sé il profumo della modernità e della perdizione, spingendo in un vortice di ineludibile dannazione l’uomo che le cede sedotto. Margaret personifica così il suo tempo: la celebrazione del ritmo, del caos, delle luci metropolitane e del cinema, che  seducono, ma accecano. Fuma la bella Margaret, si pettina con impeto i corti capelli alla maschietta che appaiono quasi già in stile Punk, si esibisce in lingerie, inscenando uno striptease,  indossa una cloche e le calze di seta, e prima di uscire, di sera, si fa lucidare le calzature dall’anziana madre, sottomessa dal demone della ribelle. Sono immagini di modernità anche quelle che aprono il film: un treno, una nave, mezzi di trasporto che permettono il viaggio, tema che è metafora della vita, che pervade il film impregnandolo. Il sole sorge, esso tramonta, e nel farlo trascura indolente le gioie e i dolori di chi popola la terra, la vita  prosegue “alcune volte amara, altre dolce” così come racconta la pellicola, attraverso la vicenda dei suoi protagonisti. Il moderno, la velocità, la rapidità dell’esistenza e della bellezza sono un memento mori, una vanitas che seduce grazie al fascino del male e che si esprime con un assalto alla pace di una famiglia che vive di quel che la fattoria dona loro, tra la natura che è una madre amorevole. Margaret piomba in quella immobilità e ne stravolge con furia l’amore sincero; il sensuale e virile George soccombe alle lusinghe della mantide venuta dalla rumorosa città, e la incontra di notte, in riva al lago. Lì lei lo aspetta, indossa un abito nero e ha il bel volto truccato, artefatto, illuminato dalla luna, metafora della notte, della donna, antitesi del sole, della luce. Murnau inquadra bene questa scena di tormentata passione, e sistema i due peccatori sulla sponda del lago, ulteriore allegoria che è contaminazione lasciva, e sommerge di perdizione i due amanti. “Dimmi, sei tutto mio”? Lei chiede e poi lo divora di baci, e lo opprime con il suo piano diabolico: “Vendi la fattoria e vieni con me in città”…”E mia moglie”? …. “Non potrebbe annegare”? Questa scritta terribile lacera lo schermo per poi disciogliersi tragicamente. Vorrebbe uccidere questa perversa amante, George, ma la scritta “Vieni in Città” si fa più grande e tuona nei pensieri di lui, Margaret gli descrive lo sfavillio del mondo moderno e danza al chiaro di luna, danzando un ballo nuovo, scatenato, tribale.

La povera Janet intanto è a casa e piange, e stringe a sé il suo bambino, disperata per aver perso l’amore del marito. E’ lei il simbolo del passato e della tradizione, della ruralità, di una vita sana, non indossa abiti del suo tempo, ma quelli di un’epoca trascorsa, i capelli sono raccolti in una crocchia, il volto è struccato, l’aspetto è nel complesso di stile vittoriano. Suo marito intanto ha pianificato il finto incidente: la barca rovesciata, Janet annegata, lui salvo grazie a un fuscello di canne di bambù che intanto ha già sistemato sul fondo del piccolo battello. Torna a casa, e una luce che diventa ombra compare sul muro e si allunga sul letto mentre sfinita, Janet dorme: le ante della finestra riflettono una croce che copre il corpo della donna, spaventoso presagio di una morte annunciata. George osserva sua moglie, e rivede l’acqua del lago, torbida e colpevole, un’acqua che da simbolo della genesi si trasforma in quello della dipartita.

Sorge il sole di un giorno fatidico, George sorprende sua moglie invitandola a una gita in barca, lei salta dalla gioia, si illude lui la ami davvero, ma il cane avverte l’inganno, si ribella, si agita impotente. Janet indossa l’abito buono, quello bianco, ha una stola, e sembra una sposa, si odono i suoni di una campana, rintocchi a morte, la scena è di spietata bellezza. Una volta a largo lui si avvicina per strozzarla, ma non riesce, risuona la campana, è la voce di Dio e l’uomo rinsavisce, si pente, si dispera per la sua miseria. Rema velocemente al contrario, ritorna sui suoi passi, ma Janet tornata a riva fugge straziata, lui la insegue le chiede perdono, la supplica in ogni modo. La segue in quella fuga disperata fino in città, le compra un mazzetto di fiori, la ama e lo ha riscoperto. Piange inconsolabile sua moglie, anche all’interno di un bar che è uno spazio metafisico. Piange fin quando, per strada incrociano un matrimonio. Janet strige al petto i fiori, sono loro due i veri sposi, entrano in chiesa e assistono alla celebrazione, commossi. Il prete chiede “la amerai”? E George dall’ultima fila risponde di si alla sua donna, e piange, stringendola a sé. “Perdonami”, le campane suonano, l’amore trionfa, Dio vince sul male.

Come due novelli sposi i due escono dalla chiesa, un effetto speciale trasforma le strade di città in un giardino fiorito. E’ il tempo di festeggiare, i due entrano in un salone da barba, è moderno, unisex, una commessa avvenente appare già come un pin-up degli anni ’50, cerca di sedurre l’uomo che rifiuta l’approccio. Sua moglie intanto rifugge le avances di un altro uomo, i due innamorati escono dal salone e decidono di farsi ritrarre in una fotografia, all’epoca un lusso. La semplicità di questo amore viene evidenziata quando la coppia fa cadere una piccola venere di Nike e crede di averne decollato la testa. E’ il trionfo della candidezza, del bene sul male, l’annientamento del progresso che è perdizione.

E’ tramontato il sole di questa particolare giornata, gli innamorati ritornano in barca, vogliono ancora vivere quella gioia sino a mezzanotte. Il lago è calmo, fino a che d’improvviso quella pace viene rotta da un violento temporale estivo. Le onde sono spaventose, la barca è in loro balia, e con essa il destino dei due. La notte spaventosa si impadronisce della vita dei due innamorati, mentre Margaret nella sua stanza immagina George che uccide sua moglie. L’uomo ricorda del fuscello di canne e lo lega al corpo di Janet. La barca è distrutta, i due si perdono tra le onde. Miracolosamente il forte uomo si ritrova solo, sugli scogli, è vivo. Cerca sua moglie, si dispera, non la trova. Accorre tutto il paese, Margaret che ode le urla si unisce al corteo e spia nascosta tra i rami tutta la scena. “Ce l’ha fatta” pensa Margaret che vede l’uomo dimenarsi tra la folla mentre torna in acqua a cercare la sua Janet. La trova, galleggia sull’acqua tra le canne di bambù come un’Ofelia baciata dalla morte. Il paese è in tumulto per la disgrazia, l’uomo annientato torna a casa, la scena è commovente. Margaret lo raggiunge per festeggiare, ma George quasi l’ammazza, e lei fugge spaventata via da quel paese per tornare nell’inferno della città. Quando tutto appare perduto, irrimediabile come solo la morte può essere, ecco che una nuova luce sorge, e disegna ancora una croce sul talamo vuoto. Quasi sfondano la porta gli uomini del paese che in trionfo portano da George il corpo della sua Janet: è viva! I due si stringono nel più bello degli abbracci, il sole sorge, l’amore trionfa.

Luciano Lapadula

© COPYRIGHT: 

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We are in 1927, cinema is silent, and Murnau chooses a very modern George O’Brien for the role of protagonist in his masterpiece film “Sunset: A song of two humans”. At his side, curiosity, Janet Gaynor, famous for being the first actress in history to win an Oscar, the same year of this movie. The film is poignant, those that hold with bated breath, unbalancing with violent passion between love and death, which tear the common life of a couple in its bucolic quiet. The devil overwhelms the existence of the couple in the role of Margaret Livingston, beautiful and emancipated city woman who drags with her the scent of modernity and perdition, pushing into a vortex of inescapable damnation the man who gives her seduced. Margaret thus personifies her time: the celebration of rhythm, chaos, metropolitan lights and cinema, which seduce but blind. She smoke cigarettes, she combs with impetuous her short hair who appear almost already in Punk style, she is in lingerie, after she wears a cloche hat and silk stockings. These are also images of modernity that open the film: a train, a ship, means of transport that allow travel, a theme that is a metaphor for life, which pervades the movie. The sun rises, it sets, and in doing so indolent neglects the joys and sorrows of those who inhabit the earth, life continues “sometimes bitter, sometimes sweet” as told by the film, through the story of its protagonists. The modern, the speed, the speed of existence and beauty are a memento mori, a vanitas that seduces thanks to the charm of evil and expresses itself with an assault on the peace of a family that lives on what the farm gives them, between nature that is a loving mother. Margaret falls into that stillness and fervently overthrows her sincere love; the sensual  George succumbs to the flattery of the mantis coming from the noisy city, and meets her at night, by the lake. There she waits for him, wearing a black dress and has a beautiful made up face, artifact, lit by the moon, metaphor of night, of woman, antithesis of the sun, of light. Murnau frames this scene of tormented passion well, and arranges the two sinners on the shore of the lake, a further allegory that is lascivious contamination, and submerges the two lovers with perdition. “Tell me, are you all mine”? She asks and then devours him of kisses, and oppresses him with his diabolical plan: “sell the farm and come with me to the city” … “And my wife”? …. “Couldn’t she get drowned?”? This terrible writing tears the screen and then dissolves tragically. He would like to kill this perverse lover,  but the writing “Come to Town” gets bigger and thunders in his thoughts, Margaret describes the sparkle of the modern world and dances in the moonlight, dancing a new dance, wild, tribal .The poor Janet is at home and cries, and hugs her child, desperate for having lost her beloved husband. She is the symbol of the past and of tradition, of rurality, of a healthy life, she does not wear clothes of her time, but those of a past age, her hair is gathered, tshe doesn’t wear make-up, the appearance it is in the Victorian style. Meanwhile, her husband has planned the fake accident: the boat overturned, Janet drowned, he saved thanks to a twig of bamboo reeds that meanwhile has already settled on the bottom of the small boat. He back home, and a light that becomes shadow appears on the wall and stretches out on the bed while exhausted, Janet sleeps: the window doors reflect a cross that covers the woman’s body, an appalling presage of an announced death. George observes his wife, and sees the water of the lake, murky and guilty, a water that was the symbol of the genesis and becomes that of the departure. The sun of a fateful day comes, George surprises his wife by inviting her to a boat trip, she leaps out of joy, she deludes him she really loves her, but the dog feels the deception, rebels, agitates helplessly. Janet wears her best dress, the white one, she has a stole, and she looks like a bride, we hear the sounds of a bell, tolling to death, the scene is of ruthless beauty. Once off he approaches to strangle her, but fails, the bell rings, it is the voice of God and the man turns away, repents, despairs for his misery. She quickly rears backwards, retraces her steps, but Janet returns to shore flees torn, he pursues her, begs her forgiveness, begs her in every way. He follows her in that desperate flight to the city, buys her a bunch of flowers, loves her and rediscovers it. His wife is inconsolable, even inside a coffee shop that is a metaphysical space. He cries until a marriage is crossed on the street.

Janet holds the flowers to the chest, they are the two real spouses, they enter inside the church and attend the celebration. The priest asks “will you love her”? And George from the last row answers yes to his woman, and cries, holding her to him. “Forgive me”, the bells ring, love triumphs, God overcomes evil.

As two newlyweds the two leave the church, a special effect transforms the city streets into a flower garden. It’s time to celebrate, the two enter a shaving salon, it’s modern, unisex, a successful saleswoman already appears as a pin-up of the 50s, trying to seduce the man who refuses the approach. His wife in the meantime he shuns the advances of another man, the two lovers leave the salon and decide to be portrayed in a photograph,  a luxury at the time. The simplicity of this love is highlighted when the couple drops a small Nike Venus and believes it has taken off its head. It is the triumph of candor, of good over evil, the annihilation of progress that is perdition.

The sun has set, it was a beautiful day, the lovers return by boat, they still want to live that joy until midnight. The lake is calm, until suddenly that peace is broken by a violent summer storm. The waves are scary, the boat is in their mercy, and with it the fate of the two. The scary night takes hold of the lives of the two lovers, while Margaret in her room imagines George while killing his wife. The man remembers the twig of reeds and ties him to Janet’s body. The boat is destroyed, the two are lost in the waves. Miraculously the strong man finds himself alone, on the rocks, he is alive. He searches for his wife, he is in despair, he can not find her. The whole village rushes, Margaret who hears the screams joins the parade and hidden spy in the branches throughout the scene. “He did it,” thinks Margart, who sees the man struggling in the crowd as he returns to the water to look for his Janet. He finds her, floating on the water among the bamboo reeds like an Ophelia kissed by death. The country is in turmoil due to the disgrace, the annihilated man returns home, the scene is moving. Margaret joins him to celebrate, but George almost kills her, and she flees scared away from that country to return to the hell of the city. When everything appears lost, irremediable as only death can be, here a new light arises, and draws a cross again on the empty thalamus. The men of the village almost break through the door, who in triumph carry the body of his Janet from George: she is alive! The two hug each other in the most beautiful hugs, the sun rises, love triumphs.

 

Luciano Lapadula ©

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Travel, caos, modernity

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The elderly mother shines shoes to her daughter

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Into the spiral of perdition

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Are you only Mine?

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Modern and hypnotic dance

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Come to Town!

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Gloomy future

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A cross on the bed: an omen of the end

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A cross on the bed: an omen of the end

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A dazed look, a dangerous request

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Please Forgive Me

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Will you love me forever?

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A new promise of love

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The moment of the shipwreck

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She is imagining what is happening

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Another cross on the bed

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An hug full of love

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New Day Come

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Happy End

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When an old photo describes a moment in life

La modella, è elegante con i suoi capelli biondi  raccolti in uno chignon illuminato da un fermaglio dorato. Indossa un maglioncino verde come la speranza mentre, dando le spalle a noi e alla camera, è immersa nella fotografia che stringe tra le mani. Contempla un ritratto in bianco e nero, sbiadito come un malinconico ricordo. 

Quest’opera d’arte è frutto del lavoro della fotogafa Frances McLaughlin-Gill, e venne pubblicato il 1′ dicembre 1946 su Vogue America. Frances fu la prima donna a ottenere un contratto come fotografa per Vogue Usa.

The model is elegant with her hair pulled back and held up with a clip. Her back is to us and to the camera, and she’s wearing a low cut evening crochet sweater, green as hope. The #atmosphere is full of feeling and #sadness. She is looking at one photo. In black and white like an old #memory.

This atrwork was made by Frances McLaughlin-Gill for Vogue, year 1946. Frances was the first female fashion photographer under contract with #Vogue

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Ph by Frances McLaughlin-Gill’s, appeared on Vogue – 1th December 1946

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“The Macabre and Grotesque in Fashion and Costume History”

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Fashion in Punk – from my book

Subculture tra ’70 e ’80.

Alla lacerazione degli indumenti, accuratamente scelti e rielaborati, corrisponde uno squarcio esistenziale. L’abito per la cultura #Punk diviene lo strumento per evidenziare la propria immagine e il conseguente rifiuto di appartenenza alla classe borghese.

Una prima forma di Anti-Moda che suo malgrado di lì a pochi anni finirà col trasformarsi in una tendenza glamour, confermandosi nel tempo come un classico in perpetua rielaborazione.

Racconto di questa generazione nel mio libro “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume“. Edz Progedit 2017. In uscita a breve, acquistabile anche attraverso questo link:

Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume

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The laceration of carefully selected and reworked garments corresponds to an existential break-up. Thanks to Punk culture, garments becomes the instrument to highlight boys and girls images and the consequent refusal to belong to the bourgeois class. It is a first form of Anti-Fashion, which in spite of a few years will become a glamorous trend, confirming nowadays as a classic in perpetual rework. I wrote about this this generation in my book “Macabre and Grotesque in Fashion and Costume“. Edz Progedit 2017. Outbound release, also available here:

 “The Macabre and Grotesque in Fashion and Costume History”

 

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History of Sex Dolls

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Spingersi oltre, ma tornare anche indietro. Rifiutare un approccio comune per dar sfogo a un “Io” diviso tra pulsione feticistica e rifiuto dei rapporti sociali. Tutto questo prende forma, e vita, nella Bambola Sessuale, che ha una storia assai antica. Da disegni e scritti si evince per certo il loro utilizzo sin dal ‘500, rapportabile a una speciale forma di parafilia detta “pigmalionismo”, consistente nel provare piacere durante il compimento di  un atto sessuale con una statua o una rappresentazione plastica del corpo umano.

Il nome che identifica questo tipo di disturbo psicosessuale trae la propria origine dalla figura mitica di Pigmalione. Il re di Cipro infatti si innamorò perdutamente di una statua da lui stesso creata, e ottene da Afrodite che la scultura fosse trasformata in donna vivente che poi sposò.

A differenza di quanto avviene con i più comuni “giocattoli sessuali”, in uso da uomini e donne anche nel Medio Evo, nel pigmalionismo la bambola è un feticcio che si sostituisce interamente all’essere umano, e l’appagamento giunge solo nel caso in cui sussistano determinate condizioni quali appunto l’inumanità, descrivendo quindi un processo psicologico molto più complesso. Scompare l’animus del rapporto e lo scambio da esso derivante, sostituito da un Super-Io che è paradossalmente anche l’esplicita affermazione di un ego svilito e incapace, annoiato, individualista.

Col trascorrere del tempo questi strumenti del piacere furono perfezionati e realizzati in  stoffa imbottita di lana, sovente al capo erano cuciti capelli veri, sul volto dipinti occhi, naso e bocca. Chiamate “dames de voyage” accompagnavano gli uomini che per varie ragioni erano costretti a vivere lontano dal gentil sesso.

Curioso quanto avvenne durante la seconda guerra mondiale, quando i soldati tedeschi avrebbero dovuto avere a propria disposizione bambole gonfiabili da poter riporre comodamente nello zaino dopo l’utilizzo. Il progetto non fu mai realizzato. Si dovrà attendere la seconda metà del ‘900 per assistere a una capillare ed efficace diffusione di bambole gonfiabili realizzate in lattice. Bionde, brune, rosse, oggi il loro aspetto umanoide sfida la perfezione, amate dai collezionisti trovano spazio nei musei, ma il loro posto preferito resta sempre nel segreto di una stanza, per un amore di plastica.

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Go further, but also return back. Reject a common approach to give vent to an “I” dividedbetween fetishistic drive and rejection of social relationships. All this takes shape, and life, in the Sex Doll, which has a very ancient history. From drawings and writings it is clear that they have been used since the 16th century, related to a special form of paraphilia called “pigmalionism”, consisting in feeling pleasure during the fulfillment of a sexual act with a statue or a plastic representation of the human body.

The name that identifies this type of psychosexual disorder derives its origin from the mythical figure of Pygmalion. The king of Cyprus in fact fell madly in love with a statue he had created, and he got from Aphrodite that the sculpture was transformed into a living woman who he later married.

Unlike what happens with the most common “sex toys”, in use by men and women even in the Middle Ages, in the pigmalionism the doll is a fetish that replaces entirely  the human bodies, and the fulfillment comes only in the case in which certain conditions exist such as inhumanity, thus describing a much more complex psychological process. Disappear the animus of the relationship and the exchange deriving from it, replaced by a superego that is also paradoxically the explicit affirmation of a debased and incapable, bored, individualistic ego.

With the passing of time these instruments of pleasure were perfected and made of woolen stuffed fabric, often the head was sewn real hair, on the face painted eyes, nose and mouth. Called “dames de voyage” accompanied the men who for various reasons were forced to live far from the fair sex.

Curious what happened during the Second World War, when German soldiers would have to have at their disposal inflatable dolls to be easily stored in the backpack after use. The project was never realized. We will have to wait for the second half of the 20th century to witness a capillary and effective diffusion of inflatable dolls made in latex. Blondes, brunettes, reds, today their humanoid appearance challenges perfection, loved by collectors find space in museums, but their favorite place always remains in the secret of a room, for a plastic love.

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Sculpted doll. 1505 ca

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Late ‘800s – early ‘900s ca – A gentleman wearing a costume embraces a mannequin

blow up doll advertisement

Inflatable Doll ad from 60s

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Late 60s Inflatable Doll ad

Woody with a blow up doll 1972 ca

Woody Allen. 1972 ca

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A modern sex doll…it can cost up to £11,700

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Miley Cyrus performing live with a male Sex Doll

installation view of Sex Dolls, 2011, at Serpentine Gallery, London, 2013

Sturtevant. Sex Dolls, 2011; installation view, Sturtevant: Leaps Jumps and Bumps, 2013; Courtesy Serpentine Gallery, London. Photo: Jerry Hardman-Jones

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