Circassienne Fashion: Punk style from XVIII sec

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«Fu Mademoiselle Aïssé la donna che lanciò la grottesca tendenza vestimentaria denominata robe à la circassienne. Il suo destino segnò la storia del costume in modo eccezionale: proveniente dalla Circassia, nella zona del Caucaso, bella e insofferente, fu
acquistata al mercato degli schiavi a Costantinopoli dall’ambasciatore di Francia Monsieur de Ferriol. Il suo abito era aperto sul davanti e caratterizzato da ben tre cordoni per essere rialzato sino alla caviglia, maniche più corte di quelle della sottoveste, che invece aveva una cascata di pizzi che giungeva sino al polso.

Ottenuto con tessuti a forti cromie contrastanti e adornato da strisce e inserti animalier, lo stile circassienne anticipò di secoli nella propria essenza lo spirito del punk della seconda metà del Novecento.

Aggressività e stupore, rottura con gli eleganti schemi di uno stile perbenista, origine suburbana sono solo alcune delle affinità che in un volo pindarico congiungono due mondi apparentemente lontanissimi tra loro.»

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«Mademoiselle Aïssé was the woman which launched the grotesque trend called robe à la circassienne. Her destiny signed the history of costume in an exceptional way: coming from the Circassia, in the area of the Caucasus, beautiful and impatient, she was purchased at the slave market in Constantinople by the ambassador of France Monsieur de Ferriol.

Her dress was open at the front and featured from three cords to be raised up to the ankle, sleeves more short of those of the petticoat, which instead had a cascade of lace that cames to the wrist.

Obtained with fabrics with strong colors contrasting and adorned with stripes and animal inserts, the Circassian style she anticipated centuries in its essence the spirit of the punk of the second half of the twentieth century.

Aggression and amazement, break with the elegant schemes of a respectable style, suburban origin they are just some of the affinities that in a pindaric flight  join two worlds apparently very distant between them.»

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The Macabre and the Grotesque

in Fashion and Costume

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Dresses from Past: 1911 – 1952

Dal mio archivio “Lerario Lapadula ” cinque preziosi e rari abiti d’epoca, esibiti durante una sfilata. Ciascuno degli indumenti rappresenta un modello della donna del proprio tempo, tra stile, carattere, dimensione sociale.

From my archive “Lerario Lapadula” five precious and rare period dresses, exhibited during a fashion show. Each of the garments represents a model of the woman of her time, between style, character and social dimension.

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AYRES & CO. Indianapolis  1911

Abito realizzato in delicata seta nera con collo in tulle di seta e pizzo chimico color avorio ornato da coralli color oro sul petto.

La linea del vestito, elegante e drammatica, rimanda all’archetipo di diva noir tipico del cinema inizi secolo. Donne ritratte in stato di altalenante passione e follia, avvolte in un aurea di mistero e connotate da note di maledettismo.

E’ questo un abito realizzato all’interno della più importante sartoria dell’Indiana in attivo per tutto il ‘900, nota anche per aver accolto tra le sue lavoranti le tantissime giovani emigranti europee. La sartoria è ora sede di un importante omonimo museo della moda.

Dress made of delicate black silk with silk tulle collar and ivory-colored chemical lace adorned with gold-colored coral on the chest.

The silhouette, elegant and dramatic, refers to the archetype of vamp lady typical of early century cinema. Women portrayed in a state of fluctuating passion and madness, wrapped in an aura of mystery and characterized by notes of malice.

This is a dress made inside the most important tailoring of Indiana in active throughout the ‘900, also known for having welcomed among its workers the many young European emigrants. The tailoring is now home to an important fashion museum of the same name.

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FLAPPER DRESS  1927

Questo vestito è realizzato in un sofisticato tulle di seta interamente ricamato con pailettes grigio perla e argento e conchiglie colorate provenienti dal lontano Oceano Pacifico. Il tutto genera dei bellissimi decori sul fondo del vestito, con un chiaro ricamo all’art-Dèco e quindi alla nuova scoperta della sfavillante cultura orientale.

This dress is made of a sophisticated silk tulle entirely embroidered with pearl and silver gray sequins together with handpainted shells coming from the distant Pacific Ocean. All this generates beautiful decorations on the bottom of the dress, with a clear embroidery to the art-Dèco and then to the new discovery of the sparkling oriental culture.

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1932

Abito da sera in crepe di seta nero con ricami in lurex oro e vivaci disegni multicolor.

Black silk crepe evening gown with gold lurex embroidery and bright multicolor designs.

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1940s – WWII

Abito in seta stampata proveniente dagli anni del secondo conflitto bellico. Il gusto è di impronta orientale, il copricapo, in lana con fiocco in seta, è in stile Art Déco.

Printed silk dress from second world war era. The taste is oriental, the headpiece, in wool with silk bow, is in Art Déco style.

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Sorelle Rossaro, Milano. 1952

Abito da gran sera datato 1952 e firmato dal marchio milanese “Sorelle Rossaro”, raro esempio di creazione di alta moda italiana appartenente a una casa di moda non più esistente che nacque durante il ventennio fascista proprio a Milano, con sede in via Montenapoleone.

Great evening gown dated 1952 and signed by  brand “Sorelle Rossaro”, Milano. This is a rare example of the creation of Italian high fashion belonging to a fashion house no longer existing that was born during the twenty years Fascist in Milan, located in via Montenapoleone.

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When Madonna was Evita

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Cinema, Moda, Musica incontrano la storia. Siamo nel 1996 e una camaleontica Madonna indossa i panni di Evita Peron, attrice e adorata First Lady argentina nell’immediato dopoguerra. Per il film, diretto da Alan Parker, Italia e Francia gareggiano tra loro in sala costumi: la sartoria romana Tirelli cura il guardaroba con Penny Rose, vestiti e tailleur ricreati su modello di quelli indossati da Evita si alternano a capi autentici anni ’40 e il New Look di Dior trionfa per la sera con autentici capolavori di alta moda.

Le pellicce indossate da Madonna sono create da Fendi, per la casa di moda un classico dai tempi di “Gruppo di Famiglia in un Interno”. Per le calzature, invece, ci si ricorda di Ferragamo, brand amato in vita dalla Peron. Nulla dunque è trascurato, le bellissime acconciature di Martin Samuel completano un aspetto il cui risultato è straordinario: il film vince l’Oscar e la costumista, per gli 85 abiti presenti nel film, si aggiudica il BAFTA.

E forse questo grande lavoro di ricerca e ricostruzione sarebbe piaciuto a Monsier Christian Dior, il quale un giorno disse:

“l’unica regina che io abbia mai vestito è stata Evita Peron”.

Luciano Lapadula

Cinema, Fashion, Music meet history. We are in 1996 and a chameleon-like Madonna wearing the clothes of Evita Peron, actress and beloved Argentine First Lady in the immediate post-war period. For the movie, directed by Alan Parker, Italy and France compete in the costumes room: the Roman tailoring Tirelli takes care of the wardrobe with Penny Rose, clothes and suits recreated on the model worn by Evita alternate with authentic ’40s and Dior’s New Look style gown for the evening with authentic high fashion masterpieces. The furs worn by Madonna are created by Fendi, for the fashion house a classic from the time of “Conversation Piece”. For the shoes, however, they remember Ferragamo, a brand loved by Peron in life. Nothing is therefore overlooked, the beautiful hairstyles of Martin Samuel complete an aspect whose result is extraordinary: the movie wins the Oscar and the costume designer, for the 85 dresses in the film, is awarded the BAFTA. And perhaps this great research work and reconstruction would have pleased Monsieur Christian Dior, who one day said:”The only queen I ever dressed was Eva Peron.”

Luciano Lapadula

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Galitzine: ascesa e declino della Principessa della Moda|Galitzine: Rise and Fall from a Princess of fashion

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Era una principessa e si chiamava Irene Galitzine. Come in un favola visse in una dimora a soli 50 kilometri da Mosca, immersa nel verde e nel lusso, oltre 50 stanze, tappeti, vasellami, quadri preziosi. Suo padre amava andare a caccia nei boschi, seguito da staffette a cavallo pronte a servirgli champagne ghiacciato. Bei vestiti, feste, formazione di prim’ordine segnarono l’infanzia della giovane Irene, ormai adolescente. La Rivoluzione Russa incalzava, e la famiglia degli Zar sarebbe stata di lì a poco sterminata (look Here for more) . Come tutti i nobili del posto, anche i Galitzine fuggirono cercando rifugio in Europa. Irene andò a vivere in Italia, aveva 14 anni e tra gli studi come pittrice e quelli di diplomazia estera, prevalse il suo gusto innato e prepotente per la moda, per l’eleganza. Iniziò la sua carriera a Roma, insieme all’amica Simonetta Colonna di Cesarò, al tempo Fabiani, che nel ’46 presentò la sua prima collezione. Ai lavori come Public Relator dalle Sorelle Fontana seguirono i primi indipendenti passi nella sartoria, i suoi pigiami palazzo insieme agli abiti da sera divennero in breve tempo una divisa per le donne del jet-set internazionale. Nella rara immagine proveniente dal mio archivio, Jackie Kennedy, insieme a Irene, sfoggia un miniabito in shantung di seta al teatro “La Cometa” di Roma, era il 1968.

Solo pochi giorni dopo questo evento mondano tuttavia, il tribunale accolse i ricorsi di alcuni commercianti di tessuti che vantavano dei crediti dalla casa di moda per un totale di soli 4 milioni e mezzo di lire, certo, sempre più di 2250 euro odierni, ma pur sempre una cifra irrisoria per una stilista affermata come Galitzine. Eppure il curatore fallimentare, intemperante, concesse alla stilista di portare a termine solo gli abiti ordinati dalla regina Annamaria di Grecia, dopo di che la favola della principessa sarta e stilista venuta dalla Russia si interruppe. Indefessa però, l’elegante Galitzine non si dette per vinta e riuscì a riaprire la propria casa di moda solo due anni dopo. Il marchio oggi è ancora esistente e appartiene per lo più a un mercato di nicchia, ma questa è un’altra storia.

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She was a princess and her name was Irene Galitzine. As in a fairytale lived in a house just 50 kilometers from Moscow, surrounded by greenery and luxury, over 50 rooms, carpets, precious paintings. His father, when he went hunting in the woods, was followed by riding stirrups ready to serve him chilled champagne. The Russian Revolution was pressing, and the family of the Tsar would soon be exterminated (look Here for more). Like all Russian nobility, the Galitzines also fled seeking refuge in Europe. At the age of 14, the young Irene wanted to be a painter, or to try her diplomatic career, but her innate and overbearing taste for fashion and elegance prevailed. He began his career in Rome, together with his friend Simonetta Colonna di Cesarò, at the time Fabiani, who in 1946 presented his first collection. Sisters Fontana followed the first independent steps in the tailor’s shop as her Public Relator, her palace pajamas along with evening dresses soon became a uniform for the women of the international jet-set. In the rare image from my archive, Jackie Kennedy, along with Irene, sports a silk shantung minidress at the “La Cometa” theater in Rome. Only a few days after this worldly event, however, the court upheld the appeals of some creditors – mostly textile merchants – who boasted of credits from the fashion house, for a total of only 4 and a half million, of course, more than 2250 euro today, but still a ridiculous figure for an established designer like Galitzine. yet the bankruptcy trustee did not want to feel right, granted the designer only to carry out the dresses ordered by Queen Annamaria of Greece, after which the fable of the princess, a seamstress and stylist who had come from Russia, broke off. Undaunted, however, the elegant Galitzine did not give up and managed to reopen her own fashion house only two years later. The brand today is still existing and belongs mostly to a niche market, but that’s another story.

1952

Princess Irene Galitzine strikes a pose in her atelier

Irene galitzine 1965. Foto di Elsa Haertter in Siam. 1963 c

What glamour is.

Princess Galitzine and Marella Agnelli, Atelier Galitzine inauguration day in Veneto street, Rome

With Marella Agnelli during the opening of Galitzine Atelier

Abito scultura Irene Galitzine, Harper's Bazaar, Ottobre 1966

Harper’s Bazaar, Oct 1966

Irene galitzine 1968

From my archive  rare image of princess Irene Galitzine her with Jackie Kennedy wearing her couture creation in Rome. Year 1968 (copyright)

linea italiana isa stoppi galitzine

For “Linea Italiana” – Isa Stoppi supermodel

Photo by Bugat 1972 Galitzine jacket, trousers, sweater and shoes, Borbonese belt

Photo by Bugat 1972 Galitzine jacket, trousers, sweater and shoes, Borbonese belt

Diana Ross' Mahogany

Diana Ross in Galitzine from the movie Mahogany – 1975

 

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1968 – 2018: from Revolution to Fashion

1968 2018 luciano lapadula blog

1968”: suona come il titolo di una favola dai contorni nostalgici. In genere, una rivoluzione fa pensare a imprese eroiche, se poi i ribelli sono giovani che in tutto il mondo condividono ideali, presentandosi con un look dirompente e scandaloso, allora si spiega perché a distanza di 50 anni il “1968” risulti ancora attraente come la più trasgressiva delle rock star. Da Roma a Parigi, dal Giappone agli Stati Uniti, la strada fu il nuovo luogo d’incontro in cui per la prima volta oltre agli ideali si condivideva uno streetwear espressione dell’opposizione alla classe borghese. Insieme all’eskimo, alle clark e alla minigonna si diffusero nuove parole come “Matusa” e “Capellone”, per identificare con disprezzo il vecchio e il nuovo modo di apparire. Mentre il rock suonò la marcia di quella generazione in rivolta, le tendenze più cool giungevano dall’Oriente, dalla cultura black e persino dalla luna: le frange degli Indiani d’America, il Safari look di Yves Saint Laurent, lo Space Age firmato Courrèges. Profumato di Patchouli questo esercito dell’amore e della contestazione si preparò per Woodstock, il concerto evento che l’anno successivo avrebbe segnato la storia del costume, decretando anche la disfatta di tante utopie.

Tuttavia sono diversi gli aspetti che fanno del ’68 un anno significativo per le profonde trasformazioni sociali e  antropologiche messe in atto, tra le quali una rivoluzione sessuale che nella moda ha visto l’affermazione del prêt-à-porter e dell’abito unisex. Una forma nuova di apparire, che riveste da allora plurime identità, giungendo a noi sotto forme inattese: uomini e donne oggi indossano abiti interscambiabili e l’aspetto per i due sessi tende a essere sempre più simile. Il poncho, indumento simbolo degli studenti rivoluzionari, è ormai un classico nella moda, la parola “capellone” è desueta, i politici possono non indossare la cravatta e donne di ogni età possono rinunciare al reggiseno e vestire una minigonna. Il motto “Love & Peace” continua ad apparire sulle t-shirt decolorate in Tye-Dye, la strada ha smesso di essere un luogo di scambio di ideologie tra i giovani, per divenire lo sfondo di un selfie, ma è la strada il luogo nel quale, dal ’68,  si sviluppano tendenze che divengono, spesso, mode.

1968“: sounds like the title of a fairy tale with nostalgic outlines. In general, a revolution suggests heroic undertakings, if the rebels are young people who share ideals all over the world, presenting themselves with a disruptive and scandalous look, then it is explained why, after 50 years, the “1968” is still attractive as the most transgressive rock star. From Rome to Paris, from Japan to the United States, the street was the new meeting place where for the first time, in addition to the ideals, there was a streetwear expression of opposition to the bourgeois class. Together with the eskimo, the clark and the miniskirt, new words were spread like “Matusa” and “Capellone”, to identify with contempt the old and the new way of appearing. While rock played the march of that generation in revolt, the coolest trends came from the East, from the black culture and even from the moon: the fringes of the American Indians, the Safari look by Yves Saint Laurent, the Space Age signed Courrèges . Scented by Patchouli, this army of love and protest prepared for Woodstock, the concert event that the following year would mark the history of the costume, also decreeing the defeat of so many utopias.

However, there are several aspects that make ’68 a significant year for the profound social and anthropological transformations implemented, including a sexual revolution that has seen the emergence of prêt-à-porter and unisex dress in fashion. A new form of appearing, which since then has multiple identities, reaching us in unexpected forms: men and women today wear interchangeable clothes and the appearance for the two sexes tends to be more and more similar. The poncho, garment symbol of revolutionary students, is now a classic in fashion, the word “capellone” is obsolete, politicians may not wear a tie and women of all ages can give up their bra and wear a miniskirt. The “Love & Peace” motto continues to appear on Tye-Dye bleached t-shirts, the street has ceased to be a place of exchange of ideologies among young people, to become the background of a selfie, but it’s the street the place in which, since ’68, trends have developed that often become fashions.

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from 68s in Paris

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Flower Power Revolution

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Fashion Protest

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Eskimo  It was a coat worn by young revolutionaries

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from the Summer of Love

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Nowadays unisex fashion

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Yves Saint Laurent Safari Look: today and yesterday

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Dior 2018: the symbols of peace are back in fashion on the sweatshirts, which however lose the bright colors

 

 

 

 

Cindy Crawford vs Kaia Gerber

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Alcuni giornalisti che operano nel campo del fashion system, insieme a diversi stilisti celebri sia durante gli anni ’90 che oggi, cercano quasi disperatamente di convincerci circa il fatto che Kaia Gerber, giovane figlia della supermodella Cindy Crawford, sia la sosia di sua madre. Si tenta in tal modo – attraverso strategie di marketing – di riproporre la magia che ha contraddistinto le passerelle anni ’90 calcate da Cindy, come se per davvero questa si potesse ripetere, anche solo in parte, grazie alla fisicità di Kaia. Credo sia madre che figlia rispecchino con completezza il proprio tempo. A voi un mio confronto.

Luciano Lapadula

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Some journalists working in the field of the fashion system, along with several famous designers both during the ’90s and today, almost desperately try to convince us of the fact that Kaia Gerber, young daughter of supermodel Cindy Crawford, is a double of her mother. In this way, through marketing strategies, they try to reproduce the magic that distinguished the Cindy runways of the ’90s. I think both mother and daughter fully reflect their time This is my comparison.

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Versace – Yesterday vs Today: Cindy vs Kaia

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Red Swimwear

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Denim Streetstyle

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Versace

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Both from Chanel Backstage

cindy crawford

Mother and Daughter

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Little Black Dress

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From Auschwitz to Balenciaga: ex model history

Nonostante l’esistenza avvolta da una cupa aurea, pare la vita offra ad alcuni esseri umani un sentiero illuminato dalla fortuna, consegnandoci un testamento che provoca sgomento e biasimo. Sono storie come questa, fatte di percorsi paradossali, che al buio dell’anima affiancano i lustrini dell’alta moda.

Brigitte Höss nacque in Germania il 18 agosto del 1933: una bella bambina bionda, molto più fortunata di altri suoi coetanei ebrei. Suo padre, Rudolf, era il direttore del campo di sterminio di  Auschwitz, che quei bambini e quegli ebrei li uccideva quotidianamente e con brutalità. Brigitte visse la propria infanzia passando da un campo di concentramento all’altro: Dachau fino a 5 anni, Sachsenhausen fino ai 7, e Auschwitz sino agli 11 anni. Qui abitò in una villetta lussuosa, che lei definì “il paradiso”, arredata con mobili e opere d’arte sottratte agli internati .

 

ENLGISH translation at the bottom of the page

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Auschwitz commander’s daughter Brigitte Hoss with sister and brothers

Domestici, parrucchieri, musicisti, provenivano anch’essi dal lager che confinava con il curatissimo giardino in cui la bambina passava ore di gioco, osservando i prigionieri nelle loro divise a righe. Il prato inglese era illuminato da una bella piscina con scivolo: in alcune immagini Rudolf in divisa guarda i bambini felici mentre vi si tuffano, dietro di loro si inarcano le grigie cupole del campo della morte. Da una finestra, in alto, i figli assistevano spesso allo spettacolo funereo, personificato da centinaia di donne, uomini, bambini, in fila per entrare nelle camere a gas e nei forni crematori.

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Auschwitz

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I piccoli Hoss riuniti per colazione a cento metri dal forno crematorio

Perduta la guerra e prima che potesse fuggire in Sud America, suo padre fu catturato, processato e impiccato, mentre il resto della famiglia riuscì a salvarsi. Così, in Spagna, il fosco passato di Brigitte venne occultato: nella seconda meta degli anni ’50 la bambina ariana era ormai una bella ragazza al punto che intraprese la carriera di modella per Cristobal Balenciaga. Le divise a righe vestite da ragazze come lei qualche anno prima, sparirono dai ricordi di Brigitte sotto la luce delle passerelle di uno tra i più prestigiosi marchi di moda del New Look.

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Brigitte Hoss

Il ritrovato benessere aveva spazzato il dolore dall’esistenza delle nuove generazioni, si cercò di dimenticare la disgrazia, l’olocausto, la povertà più estrema, e questo Brigitte lo fece sino alla sua morte, giunta qualche anno fa. Nelle ultime interviste rilasciate, sostenne infatti che il numero delle vittime trucidate dai nazisti impegnati nello sterminio di massa era probabilmente assai inferiore a quanto dichiarato ufficialmente, e che “Rudolf Hoss” non era un mostro, ma un soldato che eseguiva degli ordini. L’orrore della sue gesta, l’odore acre della morte che si trasformava in una grande nuvola grigia sopra il cortile, pare non abbiano turbato l’animo della ex modella, né intaccato l’immagine che aveva del padre, antieroe celebre per la propria brutalità, ma da lei definito come l’uomo più dolce del mondo.

Risultati immagini per Rudolf Höß

Rudolf Hoess with executioners

Dopo l’esperienza da Balenciaga, durata tre anni, nel 1961 Brigitte si sposò e visse utilizzando il cognome del marito, nascondendo in tal modo il proprio passato. Un ebreo fuggito in America dopo “la notte dei cristalli” le offrì un lavoro come responsabile nella sua boutique di moda a Washington. La donna serbò il proprio segreto per 40 anni, fino a quando una sera, da ubriaca, lo confessò al proprio titolare, che tuttavia non la ritenne colpevole per i crimini perpetrati dal padre. L’uomo scampato miracolosamente alla morte, fu in grado di non serbare rancore, e di prendersi cura di lei, che concludeva la propria esistenza senza aver superato, forse, il trauma di aver avuto un padre assassino.

ENGLISH:

Despite an obscure existence, life seems to offer to some humans a path illuminated by luck. There are stories like this, made of paradoxical paths, mixed from the dark of the soul to the high fashion lights. Brigitte Höss was born in Germany on August 18, 1933: a beautiful blonde girl, much more fortunate than her other Jewish peers. Her father, Rudolf, was the first commander of the Auschwitz camp, which these children and those Jews exterminated daily and brutally. The little Brigitte lived in her childhood from a concentration camp to the other: Dachau up to 5 years old, Sachsenhausen until 7, and Auschwitz up to 11 years old. Here she lived in a luxurious chalet, that she called “paradise”, furnished with furniture and works of art stolen from lager’s prisoners. Households and staffs also came from the lager bordering the beautiful garden where the little girl spent hours playing, watching the prisoners in their striped uniforms. That garden was illuminated by a beautiful pool with a slide: in some pictures Rudolf – in uniform – looks at the happy children as they plunge, the gray domes of the death camp revolve behind them. From a window upstairs, the children often attended the funeral show, embodied by hundreds of women, men, children, in a row to enter the gas chambers and crematoriums. Lost the war and before he could flee to South America, his father was captured, tried and hanged while the rest of the family escaped. So, in Spain, Brigitte’s obscure obsession was concealed: in the second half of the 1950s, the Aryan girl was now a beautiful girl and started a model career for Cristobal Balenciaga. The striped dresses dressed worned by girls, a few years ago, disappeared from Brigitte’s memories in the light of the most prestigious New Look fashion brands. The new kind of life swept away the pain from the existence of the new generations, tried to forget the misfortune, the holocaust, the most extreme poverty, and this Brigitte did so until her death a few years ago. In the latest interviews, she claimed that the number of victims killed by the Nazis involved in massacre was probably far lower than what was officially declared, and that “Rudolf Hoss” was not a monster, but a soldier who executed orders. The acrid smell of death that turned into a big gray cloud above the courtyard, seemed not to have disturbed the soul of the ex model. After three years of experience with Balenciaga, in 1961, Brigitte married and lived using her husband’s surname, hiding her past. A Jewish man who fled to America after the “Crystal Night” offered her a job as responsible in his fashion boutique in Washington. She kept her secret for 40 years, until one night she was drunk and confessed her past to the manager, but he did not consider her guilty of her father’s crimes. The man miraculously fled to death, was unable to maintain grudging and he took care of her, she was ending her own existence without perhaps overcoming the trauma of having a murderous father.

Brigitte Hoss, the daughter of Nazi Rudolph Hoss, in her Virginia home. Her father was the commandant of Auschwitz

Brigitte Hoss in her room during last years of her life. Image courtesy Getty Images.

 

 

 

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