The Most Beautiful Suicide

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Sul biglietto che Evelyn lasciò prima del tragico salto scrisse:

Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo.Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno.
Sarà molto più felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente, ho fin troppe cose in comune con mia madre

Era una ragazza di soli 23 anni.

Può un suicidio trattenere bellezza e trasformarsi in un’opera d’arte?

Io credo di si. L’elogio della morte di una bella ragazza è atroce e seducente. Da Andy Warhol a David Bowie – nella sua canzone “Jump They Say” – l’esistenza dolorosa di una vita spezzata nel suo fiorire, rende la protagonista un’eroina eterna.

Tratto dal mio libro “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume“,

la descrizione dell’accaduto.

 

“Edgar Allan Poe, all’interno del
suo saggio La filosofia della composizione,
scrisse che
«la morte di una bella
donna è senza dubbio l’argomento
più poetico del mondo»
e in proposito
colma di emozione è l’immagine
realizzata per caso dall’allora aiuto fotografo
Robert Wiles il primo maggio
1947.
Riuscì a immortalare la ventitreenne
Evelyn McHale distesa con
elegante ma innaturale compostezza
sul tetto di una limousine dopo un
lungo volo dall’ottantaseiesimo piano
dell’Empire State Building.
La fanciulla appare dolcemente
sprofondata tra le scure lamiere del
veicolo, i vetri infranti, l’acciaio laccato
ricurvo su se stesso per la violenza
dell’impatto, e lei lì, supina come
una bella addormentata in un sonno
senza fiato.
Dal freddo metallo della
vettura emerge prepotente il colore
rosso del raffinato tailleur. Bianca la
camicetta e bianchi i lunghi guantini
che vestono ancora alle mani. I capelli
biondi circondano un volto bellissimo
e dal trucco perfetto. Le calze sono
abbassate. Le braccia sono piegate e
la mano sinistra appare gentile accanto
al volto, socchiusa in un gesto che
sembra sofisticato e fascinoso.
Il suicidio
perde in questo caso l’orrore del
suo significato grazie alla bellezza di
un’immagine che appare come quella
di una rivista di moda. La paradossale
assenza di sangue e di deturpazione,
abbinata alla compostezza del soggetto,
fecero sorgere l’appellativo con il
quale la fotografia venne chiamata:
“il suicidio più bello”.
L’immagine lascia
scaturire una forte contraddizione
nella mente dello spettatore, sedotto
dall’estetica della morte che appare
crudelmente soave.
Vorremmo chiedere
a Evelyn il perché di quel gesto,
la frustrazione per l’incomprensibilità
della sua scelta genera una morbosa
attenzione ai dettagli che raccontano
della sua vita: la bianca sciarpa che
vorticosamente scendeva dalla finestra
raggiungendo il corpo, il porta-
trucco lasciato in disparte insieme al
cappotto ripiegato, la sua lettera di
addio.
Una morte violenta per una
fotografia dalla bellezza immortale.
Questa immagine attraente e insieme
aberrante venne pubblicata
all’interno della rivista “Life” con il
titolo The Most Beautiful Suicide.
La didascalia narrava:
«At the bottom of
the Empire State Building the body
of Evelyn McHale reposes calmly in
grotesque bier, her falling body punched
into the top of a car».
Lo scatto
fu poi rielaborato da Andy Warhol
nel 1962 con il nome: Suicide (Fallen
Body), in un’indagine sul rapporto tra
bellezza, morte e Pop Art.”
Luciano Lapadula

© COPYRIGHT:
Divieto di copia e riproduzione.
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The Most Beautiful Suicide

On the piece of paper Evelyn left before the tragic leap, she wrote:

I don’t want anyone in or out of my family to see any part of me. Could you destroy my body by cremation? I beg of you and my family – don’t have any service for me or remembrance for me. My fiancé asked me to marry him in June. I don’t think I would make a good wife for anybody. He is much better off without me. Tell my father, I have too many of my mother’s tendencies

She was only 23 years old.

Can a suicide keep beauty and transform into a work of art?

I think yes. The praise of the death of a beautiful girl is terrible and seductive. From Andy Warhol to David Bowie – in his song “Jump They Say” – the traumatic existence of a life broken in its blossom, makes the protagonist an eternal heroine.

Taken from my book “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume“,

the description of the fact.

“Edgar Allan Poe, within its essay Philosophy of composition,
wrote that

«the death of a beautiful
woman is undoubtedly the most poetic
topic of the world »

and about this
the image realized by chance
by the former assistant photographer

Robert Wiles on the first of May
1947 is rich of emotion.

He succeeded in capturing the twenty-three years-old
Evelyn McHale lying with
elegant but unnatural composure
on the top of a limousine after a
long flight from the eighty-sixth floor
of the Empire State Building.


The girl seems to be sweetly
collapsed among the dark plates of
the car, the glasses smashed, the lacquered steel
bent on itself because of the violence
of the impact and the girl there, supine as
a sleeping beauty in a breathless
sleep.

From the ice-cold metal of the
car there comes, violently, the red colour
of the sophisticated suit. 
White is the

blouse and white are the long gloves
that still adorn her hands. Her blonde
hair frame a beautiful face
with a perfect makeup. 
The tights are
taken down. abbassate. Her arms are bent and
the left hand seems to be gentle near
the face, half-closed in a gesture that
seems to be sophisticated and charming.

The suicide,
in this case, loses the atrociousness of
its meaning thanks to the beauty of
an image that seems to come from 
a fashion magazine.

The paradoxical
absence of blood and disfigurement,
combined with the composure of the subject,
gave birth to the title with
which the picture was called:
“The Most Beautiful Suicide”.

The image gives
origin to a strong contradiction
in the observer’s mind, seduced
by the aesthetic of death that seems to be
cruelly sweet.

We would like to ask
Evelyn the reason of that gesture,
the frustration for the incomprehensibility
of her choice generates a morbid
attention to the details that
tell her life: the white scarf that
vertically fell from the window
reaching the body,
the beauty case left apart together with the folded coat, her suicide note.

A violent death for a
picture having an immortal beauty.


This charming and simultaneously
aberrant image was published
in the magazine “Life” with the
title The Most Beautiful Suicide.

The caption told:

«At the bottom of
the Empire State Building the body
of Evelyn McHale reposes calmly in
grotesque bier, her falling body punched
into the top of a car».

The shot
has been then redesigned by Andy Warhol
in 1962 with the name: Suicide (Fallen
Body), in a study about the relationship between 
beauty, death and Pop Art.”

Luciano Lapadula

Special Thanks for supporting in translation to

Serena Bartolo trad.serenabartolo@gmail.com

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Evelyn Francis McHale

BIRTH

Berkeley, Alameda County, California, USA
DEATH 1 May 1947 (aged 23)

Manhattan, New York County (Manhattan), New York, USA
BURIAL

Middle VillageQueens CountyNew YorkUSA

evelyn francis mchale 1923

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Stripes & Disorders from fashion in 1914 – 1915

 

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Quello della striscia come motivo ornamentale o pattern per indumenti merita una riflessione approfondita. Mi limito qui, in sintesi, a farvi riflettere sul ruolo che questa geometria assume nel campo della semiologia e quindi della storia del costume. La riga, la striatura, la striscia, riveste il corpo interrompendo in modo violento un “tutto” sottoesposto generando così in chi guarda l’abito – e allora chi lo indossa – un senso di confusione, misto a eccitazione e persino ricusazione. Come il simbolo di un divieto, quello di un’allerta, o come una sbarra che impedisce un passaggio, la striscia nel suo consueto bicolore, cattura l’attenzione spezzando la regola dell’uniforme: irriverente e ribelle diviene alla moda intorno al 1914 – 1915, e non a caso. La Belle Époque con la sua sfrenatezza cancella il ruolo della donna “angelo del focolare” in virtù di una nuova figura emancipata, pronta a riprendere il proprio ruolo sociale. I venti di guerra poi, soffiano tra le strade delle città, profumando l’aria di polvere da sparo. La riga così spunta violenta dalle tele di Egon Schiele e dagli abiti di Paul Poiret, comparendo sui vestiti delle signore alla moda, simbolo del tempo nuovo e della pericolosità di quello futuro.

That of the stripe as an ornamental motif or garment pattern deserves a thorough reflection. In short, I limit myself here to reflect on the role that this geometry assumes in the field of semiology and therefore of the history of customs. The line, the streak, the strip, covers the body violently interrupting a “whole” underexposed thus generating in the viewer the dress – and then the wearer – a sense of confusion, mixed with excitement and even rejection. As the symbol of a ban, that of an alert, or like a bar that prevents a passage, the strip in its usual two-color, catches the attention breaking the rule of the uniform: irreverent and rebel becomes fashionable around 1914 – 1915, and not by chance. The Belle Époque with its wilderness cancels the role of the woman “angel of the hearth” by virtue of a new emancipated figure, ready to resume its social role. The winds of war then, blow through the streets of the city, smelling the air of gunpowder. The line so violent check on the clothes of fashionable ladies, symbol of the new time and the danger of the future.

Portrait of Edith Schiele in a Striped Dress - Egon Schiele, 1915

Egon Schiele Portrait of Edith Schiele in a Striped Dress – 1915

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Egon Schiele and wife Edith (muse) with Striped Dress Sitting, ca 1915. – artwork by Schiele 1915 – Emilie Louise Flöge – 1914 – wearing one of Gustav Klimt’s dress shirts that he made just for her

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Matisse – Striped Jacket, 1914

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Viv in Blue Stripe, 1914 – Robert Henri (

llustration de mode française Georges Barbier petit manteau de velours dans costumes parisiens 1914 stripes

French Illustration by Georges Barbierfor Costumes Parisiens – 1914

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The Delineator – July 1914

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Fashion Plate from The Delineator – July 1914

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The Modern Priscilla, October 1915

Les Modes (Paris) 1914 Costume tailleur par Redfern

Les Modes, Paris – 1914 Costume tailleur by Redfern

Les Modes (Paris) 1914 Robe d'apres-midi par Zimmermann

Les Modes, Paris – 1914 Robe d’apres-midi byZ immermann

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1914 c. fashion for a day at the races

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Olga Skott Vänersborg – 1914, by K & A Vikner – Vänersborg Museum

1915 a fool there was

Theda Bara in a scene from the film ‘A Fool There Was’ 1915

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Theda Bara in a scene from the film ‘A Fool There Was’ 1915

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Italian Fashion Icons from Renaissance

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Prima delle francesi le donne italiane furono considerate maestre di eleganza. L’elegante tra le eleganti, vera e propria icona rinascimentale, fu la Marchesa di Mantova Isabella d’Este Gonzaga che ideava i propri abiti e le proprie pettinature, e amava utilizzare i profumi. al punto che essa stessa si definiva “la prima perfumera del mondo”. L’Archivio di Stato di Mantova custodisce un’ampia serie di corrispondenze dei Gonzaga, e numerosi sono i riferimenti al mondo della moda, del lusso, delle tendenze vestimentarie. Insieme a Isabella, definita dai suoi contemporanei come “la prima donna del mondo”, maestre di stile di quel tempo furono sua sorella minore Beatrice, sua cognata Lucrezia Borgia, la modella Simonetta Vespucci,  chiamata la “Sans Par” per la sua eccezionale bellezza, la duchessa di Mantova Margherita Paleologa e  Laura Bentivoglio da Bologna. Erano le  italiane a lanciare mode che venivano seguite poi dalle corti del resto d’Europa, avanguardiste e attente a cambiare sempre indumento per evitare di essere imitate dalle donne di ceto inferiore. Isabella, vera pioniera, fu una tra le prime donne del proprio tempo a indossare i calzoni al di sotto delle gonne, spendeva ingenti somme di denaro per il proprio guardaroba, per i prodotti cosmetici, per le acconciature impreziosite da perle, nastri, capelli posticci. Così si scopre che già nel 1515 Francesco I di Francia chiese proprio a Isabella d’Este di inviargli una “bambola” simile a quella qui sotto (successiva), vestita secondo il suo straordinario gusto, in modo da permettere alle dame francesi di imitare quella moda. Da un altro scritto invece, si apprende che fu proprio la regina di Francia Caterina de Medici a inviare uno scampolo di tessuto in seta alla duchessa Margherita chiedendole di far realizzare, con quel tessuto, delle camicie dagli esperti artigiani mantovani. L’Italia, culla del Rinascimento, è stata un esempio di stile, eleganza, cultura per tutto il resto del mondo.

Before the French, Italian women were considered masters of elegance. The elegant among the elegants, true Renaissance icon, was the Marquise of Mantua Isabella d’Este Gonzaga who conceived her own clothes and her hairstyles, and loved to use perfumes. to the point that she was called “the first perfumera of the world”. The State Archives of Mantua, in Italy, hold a wide range of correspondences from the Gonzagas, and there are numerous references to the world of fashion, luxury and clothing trends. Together with Isabella, defined by her contemporaries as “the first woman in the world”, style masters of that time were her younger sister Beatrice, her sister-in-law Lucrezia Borgia, the Duchess of Mantua Margherita Paleologa and Laura Bentivoglio from Bologna. The Italians were launching fashions that were then followed by the courts of the rest of Europe, avant-garde and careful to always change garments to avoid being imitated by lower-class women. Isabella, a true pioneer, was one of the first women of her time to wear trousers under the skirts, she spent huge sums of money for her wardrobe, for cosmetics, for hairstyles embellished with pearls, ribbons, hair extensions. So it turns out that in 1515 king Francesco I of France asked Isabella d’Este to send him a “doll” similar to the one below, dressed according to her extraordinary taste, in order to allow the French ladies to imitate that fashion. On the other hand, we learn that it was the Queen of France, Caterina de Medici, who sent a remnant of silk fabric to the Duchess Margherita asking her to make, with that fabric, some shirts by expert Mantuan artisans. Italy, cradle of the Renaissance, was an example of style, elegance and culture for the rest of the world.

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VIDEO from my Youtube Channel:

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Leonardo Da Vinci cartone per il ritratto di Isabella d Este Museo del Louvre Parigi

Isabella D’Este – Leonardo da Vinci

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Portrait of Isabella d’Este

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Isabella D’Este – Tiziano – 1534-1536 c.

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Margherita Paleologo – Giulio Romano

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Artwork by Carlo Crivelli – 1476

Bianca Maria Sforza cousin and sisterinlaw of Isabella of Aragon Duchess of Milan

Bianca Maria Sforza – Giovanni Ambrogio de Predis – 1493

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Stunning Detail

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Renaissance Jewelry

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Necklaces

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Lucrezia Borgia – Bartolomeo Veneto

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Sandro Botticelli (1445-1510), Idealized Portrait of a Lady (Portrait of Simonetta Vespucci as Nymph), ca. 1475

Lorenzo Costa Portrait of A Woman with Pearl Necklace c1490

Lorenzo Costa – Portrait of A Woman with Pearl Necklace – c. 1490

Portrait of Giovanna degli Albizzi Tornabuoni by Domenico Ghirlandaio c1488

Portrait of Giovanna degli Albizzi Tornabuoni by Domenico Ghirlandaio c. 1488

domenico ghirlandaio Cappella tornabuoni Nascita di san giovanni battista dettaglio

Cappella Tornabuoni – Nascita di San Giovanni Battista – det. Domenico Ghirlandaio

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Antea – Parmigianino – 1535 c.

Giovan Battista Moroni 1570

Il Sarto – Giovan Battista Moroni – 1565-1570 c.

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Morphine from Belle Époque

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Mitizzazione e consumo della droga non sono fenomeni moderni, ma provengono da rituali che affondano la propria nascita molto lontano nel tempo. L’arte, nelle sue forme più disparate, ha tracciato dei precisi quadri che descrivono l’utilizzo delle sostanze stupefacenti nell’alternarsi dei periodi storici. E’ affascinante quanto accaduto sul finire dell’Ottocento, quando all’estetica della donna immersa tra corsetti e fiori delicati si alternò quella di una fatale mantide, maledetta e pericolosa. Questa nuova dimensione femminile, emancipata e seducente, destabilizzò i ruoli sociali proponendo un’immagine perversa, sfrontata, impregnata questa volta di profumi oppiacei. Analizzo di seguito una serie di immagini che riguardano la Morfina, una tra le droghe più consumate da queste eroine della perdizione durante la Belle Époque.

Mythologizing and consumption of drugs are not modern phenomena, but come from rituals that sink their birth far in time. The art, in its most disparate forms, has drawn precise pictures that describe the use of drugs in the alternation of historical periods. It is fascinating what happened at the end of the nineteenth century, when the aesthetics of the woman immersed in corsets and delicate flowers alternated with that of a fatal, damned and dangerous mantis. This new feminine dimension, emancipated and seductive, destabilized social roles by proposing a perverse, shameless image, impregnated this time with opiate perfumes. I analyze below a series of images concerning Morphine, one of the most consumed drugs by these heroines of perdition during the Belle Époque.

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Morphine Tools Kit from Victorian Era. Image Courtesy Art.co

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Morphine tools: the syringe

morphine history of drug droga belle eopque blog fashion moda blogger storia tools ad vintage illustration art Georges Moreau dit Moreau de Tours Bois le Roi 1901 ou Les Morphinées Huil

Georges Moreau, La Morphine ou Les Morphinées – Collection particulière, Paris
Expositions : Salon de 1886, Paris, n° 1703 (“La Morphine”)

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Morphine Addicts, 1887 Albert Besnard etching Rosenwald Collection

morphine history of drug droga belle eopque 1800 victorian 1890 1900 blog fashion moda blogger storia tools ad vintage illustration Eugène Grasset La vitrioleuse (1894)

Eugène Grasset La vitrioleuse, 1894

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Santiago Rusinol “Before the Morphine”, 1894

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Santiago Rusinol-“Morphine”, 1894

morphine history of drug droga belle eopque 1800 victorian 1890 1900 blog fashion moda blogger storia Eugène-Samuel Grasset 'La Morphine' 1897

Eugène-Samuel Grasset — ‘La Morphine’ 1897

1899 Quack Medicine Sufferers From Morphine Or any Drug Habit Vintage Original Print Ad

1899 Quack Medicine Sufferers From Morphine Or any Drug Habit Vintage Original Print Ad

Vittorio Matteo Corcos, La morfinomane – “The addict”, 1899. Famelica e perduta la donna dalla pelle diafana e dai capelli rossi troneggia al posto dell’uomo, avvolta in un fosco abito di veli neri. Ci fissa minacciosa, ed esibisce il suo potere calpestando il  suo trofeo.

The woman with the diaphanous skin and the red hair is dominated and lost in the place of the man, wrapped in a dark dress of black veils. The woman stares at us menacingly, and exhibits her power trampling on her trophy.

morfinomane

Vittorio Matteo Corcos, La morfinomane – “The addict”, 1899

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Year 1900: Ad for Cube Morphine, published in American Druggist and Pharmaceutical Record, America’s Leading Drugs Journal

Pablo Picasso, Morphinomans. 1900

Pablo Picasso, Morphinomans. 1900

Salon, 1905 Morphine. by A. Matignon

Salon de 1905 – Morphine. By A. Matignon

Victorien du Saussais, La morphine. Vices et passions des morphinomanes (1906)

Victorien du Saussais, La morphine. Vices et passions des morphinomanes, 1906

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Morphinomane 1910 ca.

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Fashion and Make-Up from Silent Movies

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Fatali, struggenti, maledette: le donne del cinema muto hanno lanciato mode dell’assurdo, che racconto nel mio libro. Per voi un breve estratto nel video.

Fatal, tormenting, cursed: the women of silent cinema have launched fashions of the absurd, which I tell in my book. A short excerpt in the video for you.

From my book: “The Macabre and the Grotesque in Fashion and Costume”

Dal mio libro: “Il macabro e il grottesco nella Moda e nel Costume”


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Bella fino a morire: Maria Montez | When Beauty Kills

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Aladino, dal film “Arabian Nights”:

se devi lasciarci, non andare fin quando non sarai tornato

Fu attraversata da un fremito quando ascoltò la battuta, Maria Montez. Il film è “Arabian Nights” e siamo nel 1942. La bellissima attrice dominicana era all’apice del successo. I suoi occhi di brace consumavano i sogni degli uomini e le sue fotografie riempivano i loro armadietti celebrandola come una tra le prime Pin-Up hollywoodiane. Nata a Santa Cruz de Barahona nel 1912 come María Antonia Africa Gracia Vidal di Sacro Silas scelse di farsi chiamare Montez, un nome breve ma energico come la sua personalità.

Il matrimonio naufragato e il riscontro nel lavoro di modella  la spinsero ad osare, a trasferirsi ad Hollywood per sfondare nel cinema. Era disposta a tutto per raggiungere la gloria, così arrivarono piccole comparse prima, ruoli da protagonista poi. La sensuale latina divenne regina del filone cinematografico escapista, che permetteva agli spettatori una breve illusoria fuga dalla triste realtà segnata dalla guerra. Con la fine del conflitto, però, la magia si interruppe, la moda della bellezza esotica tramontò e quelle donne fatali cedettero il proprio ruolo alle attrici platinate dai sorrisi e dalle curve rassicuranti.

Maria era ancora giovane e bellissima, celebre per il suo carattere impetuoso, per il suo apparire vistoso alle feste, per la sua sfrenata ricerca di consensi. Tentò così di rimettersi in gioco in Europa, recitando in Francia e in Italia, ma quel nuovo cinema introspettivo, era distante dal suo essere carnale.

Aveva 39 anni Maria quando inaspettatamente Hollywood si ricordò di lei e la scelse per una parte. Lei, che per contratto doveva essere sempre avvenente, non ebbe il tempo di festeggiare.

Ripetendo il suo rituale di bellezza, riempì di acqua fumante la lussuosa vasca da bagno in marmo bianco, un bicchiere di cognac, le candele accese. L’America voleva la Maria di venti anni prima, doveva essere bellissima, aprì la rotella dell’acqua calda ancora un po’ di più, il vapore si condensò sui muri della stanza, sulla sua fotografia che parve scomparire man mano che il corpo della diva si immergeva per l’ultima volta nell’acqua bollente, oltre 60 gradi. Stop. Buona l’ultima.

Luciano Lapadula

 

 

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From the movie “Arabian Nights”, year 1942. Aladdin:

If you have to leave, don’t go until you come back

Maria Montez was left speechless when she listened to these words. The film is “Arabian Nights” and we are in 1942. The beautiful Dominican actress was at the height of success. Her eyes of embers consumed the dreams of men and her photographs filled their lockers celebrating her as one of the first Hollywood Pin-Ups. Born in Santa Cruz de Barahona in 1912 as María Antonia Africa Gracia Vidal of Sacro Silas chose to be called Montez, a short but energetic name like her personality. The marriage was shipwrecked and the response in the work of the model pushed her to dare, moving to Hollywood. She was willing to do anything to achieve glory, so little start played minor parts in film, then starring roles. The sensual Latina girl became the queen of the escapism movie trend, that allowed the spectators a brief illusory escape from the sad reality marked by the II world war. With the end of the conflict, however, the magic stopped, the fashion of exotic beauty went down and those fatal women gave up their role to the platinized actresses with reassuring smiles and curves. Maria was still young and beautiful, famous for her impetuous character, for her showy appearance at parties, for her unbridled search for consensus. She tried a new career in Europe, playing in France and in Italy, but that new introspective cinema was far from her being Latin, carnal. She was 39 years old when Hollywood unexpectedly chose her for a part in a movie. She, who by contract must always be attractive, did not have time to celebrate. Repeating her ritual of beauty, she filled the luxurious white marble bathtub with steaming water, a glass of cognac, and lit candles. America wanted the Maria twenty years ago, shet had to be beautiful, she opened the hot water wheel a little more, the steam condensed on the walls of the room, on her photograph that seemed to disappear as the body of the diva immersed itself for the last time in boiling water, over 60 degrees. Stop. Good the last one.

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Maria Montez as a Pin-UP

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Il mio libro allo Sporting Club | Fashion Show from my book

È stata splendida la serata trascorsa allo Sporting Club di Trani il 4 febbraio scorso. L’evento ha visto la presentazione del mio libro “Il Macabro  il Grottesco nella Moda  nel Costume“, attraverso uno scambio di domande e risposte tra me l’organizzatrice del reading la dottoressa Maria Grazia Filisio. Ho fatto sfilare la mia amica, modella e atleta Valentina Abattantuono che ha esibito quattro rari abiti d’epoca provenienti dal mio archivio “Lerario Lapadula Fashion Archives“. Un quinto abito, di epoca vittoriana, era esposto sul palco al mio fianco, nell’elegante salone. Il prossimo appuntamento è previsto per la sera del 14 febbraio, San Valentino, presso la storica “Villa Romanazzi Carducci”, il tema è dedicato all’amore e alla moda, naturalmente.

 

What a great night at the Sporting Club in Trani on February 4th . The event saw the presentation of my book “The Macabre the Grotesque in Fashion and Costume”, through an exchange of questions and answers between me the organizer of the reading Dr. Maria Grazia Filisio. I had my friend, model athlete Valentina Abattantuono, who modeled four rare period dresses from my archive “Lerario Lapadula Fashion Archives“. A fifth dress, from the Victorian era, was displayed on the stage at my side, in the elegant salon. The next appointment is scheduled for the evening of February 14, Valentine’s Day, at the historic “Villa Romanazzi Carducci”, the theme is dedicated to love and fashion, of course.

 

luciano lapadula fashion anni 20 20s

Valntina in a 20s chiffon dress, modeling an organza silk cloche, both from my Fashion Archives

il macabro libro lapadula

Valentina looks as an antique mannequin

luciano lapadula runway fashion 40s

Valentina modeling an early 40s gown, polka dot pattern, with a 40s mink fur and a velvet turban. All from myFashion Archives

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Shocking Pink Silk & Golden Lurex from 60s. Holtz. Fashion Archives Lerario Lapadula

Valentina indossa Moschino Safety Pin Dress

Valentina modling “Moschino Safety Pin Dress” 
year 1984 from my archives Fashion Archives

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Madeleine: la Bovary dimenticata – Madeleine: the lost Bovary

Erano trascorsi pochi anni dalla pubblicazione di “Madame Bovary”, quando Henri Bourget, nel 1889, scrisse “Le Disciple”. La nuova tragica eroina del romanzo evocava un fatto di sangue e amore avvenuto realmente qualche anno prima nelle terre dell’Africa francese.  Madeleine era tanto bella quanto sola, le sue giornate trascorrevano nel silenzio più greve di chi a trent’anni era condannato dalla vita a un’asfissiante solitudine. Suo  marito, Monsieur G., era sempre lontano per lavoro, e la sontuosa villa, il giardino, i bei vestiti, i regali, non rendevano felice la giovane.

Un bagliore improvviso illuminò la sua spenta realtà quando scoprì di essere incinta. Tutto l’amore bramato prima, traboccò tra le braccia della piccola creatura, ma il destino, feroce, le strappò quel suo unico compagno: una febbre malarica uccise il bambino lasciando cadere Madeleine in una inconsolabile disperazione. Le giornate tornarono lunghe, buie, lontano dalle feste e dai divertimenti la bella ragazza accettò di vivere in silenzio il proprio castigo.

Trascorsero così alcuni mesi, fino a quando un giorno il destino tornò a bussare alla sua porta: una vicina le chiese il favore di ospitare le sue due figlie durante l’assenza di lei, per un mese. Purtroppo però, le due piccole insieme alle loro risa innocenti introdussero nell’esistenza della sfortunata ragazza, anche il fratello maggiore: Henry. Bellezza mediterranea, baffetti neri e sguardo di fuoco, il ventiquattrenne  proveniva dalla Parigi bohemienne; romantico e struggente corteggiò senza sosta Madeleine, che cedette alle lusinghe scivolando nel vortice della più sfrenata e pericolosa passione. Gli incontri avvenivano nella casa di lei, tutte le volte che il marito era assente. Inutile per i due resistere a quella morbosa reciproca attrazione, man mano che il tempo passava la relazione pericolosa si accendeva, fin quando i due decisero di fuggire per vivere finalmente uniti.

Cercarono di accumulare del denaro per la fuga, progettata per un pomeriggio di gennaio, dopo che il giovane studente avrebbe accompagnato il marito di Madeleine alla stazione. Occorrevano 10.000 franchi, promessa di amici, banche, strozzini, tutti creditori che però quel fatidico pomeriggio d’inverno ritrattarono l’offerta, segnando il tragico epilogo di questa storia. Madeleine attese per ore l’arrivo del suo amato, fantasticando sulle terre lontane che li attendevano, ma dal sentiero, all’imbrunire Henry apparve affranto ed esibì il portafoglio vuoto, metafora di un futuro negato. Rientrarono a casa, disperati. L’assenzio non alleviò il dolore per il sogno infranto, gli amanti non sopportavano più di vivere separati.

Esausta, Madeleine implorò al giovane di tener fede a un loro vecchio giuramento: insieme per sempre, contro ogni avversità, sarebbero partiti per un viaggio più lungo. “Spara! Spara! Spara alla tempia!” Urlava Madeleine con gli occhi infuocati. Il giovane piangeva, si rifiutava di uccidere la donna che amava, ma: “Spara Codardo! Lo hai giurato sulla testa di tua madre! Spara!”. Sparò. Lei cadde sul letto, si muoveva ancora e pronunciava il nome di lui quando un secondo colpo finì i suoi tormenti. E allora il bel tenebroso rivolse l’arma contro di sé e lasciò partire il colpo sul volto. Cadde sul letto, era ancora vivo. Dei passanti udirono gli spari, i lamenti, forzarono il cancello e sfondarono la porta: i due erano vicini, lei nuda, i vestiti ordinati e ripiegati sulla sedia. Henry quasi esanime, reso irriconoscibile in volto, l’aria era profumata di polvere da sparo e le coperte gelide di sangue ancora bollente.

Dopo solo un mese ci fu il processo, il signor G. cercò in ogni modo di tener salva la propria dignità accusando il giovane di violenza e omicidio, e nonostante le lettere d’amore e le testimonianze di molti, Henry venne mandato ai lavori forzati, commutati poi dal presidente della Repubblica di Francia, Jules Grévy, in sette anni di prigione. Si persero poi le sue tracce, nulla si conosce sul resto della sua esistenza, e nulla è rimasto della storia di quest’amore maledetto.

Oggi per caso ho aperto un vecchio, impolverato, sbiadito documento e ho fatto rivivere Madeleine, che è sempre con Henry.

 

Luciano Lapadula

A few years had passed since the publication of “Madame Bovary”, when Henri Bourget, in 1889, wrote “Le Disciple”. The new tragic heroine of the novel evoked a fact of blood and love that actually took place a few years earlier in the lands of French Africa. Madeleine was as beautiful as she was alone, her days spent in the heaviest silence of those who at thirty woman were condemned by life to an asphyxiating solitude. Her husband, Monsieur G., was always away for work, and the sumptuous house, the garden, the beautiful clothes, the presents did not make the young woman happy. A sudden glow brightened her dark reality when she discovered she was pregnant. All the love coveted before, overflowed into the arms of the little creature, but fate, fierce, tore that one of her only companion: a malarial fever killed the child dropping Madeleine in an inconsolable despair. The days came back long, dark, away from parties and entertainments, the beautiful girl agreed to live in silence her own punishment. They went on for a few months, until one day the fate came knocking on her door: a neighbor asked her favor to host her two daughters during her absence for a month. Unfortunately, the two small along with their innocent laughs introduced into the existence of the unfortunate girl, even the older brother: Henry. Mediterranean beauty, black mustache and a beautiful look, the twenty-four year old came from bohemian Paris; romantic and poignant he courted non-stop Madeleine, who yielded to the flattery slipping into the vortex of the most unbridled and dangerous passion. The meetings took place in her house, whenever her husband was absent. It was useless for the two to resist that morbid mutual attraction, as time passed, the dangerous relationship lit up, until the two decided to flee to finally live united. They tried to accumulate some money for escape, planned for a January afternoon. , after the young student would have accompanied Madeleine’s husband to the station. It took 10,000 francs, a promise of friends, banks, loan sharks, all creditors, but that fateful winter afternoon retracted the offer, marking the tragic epilogue of this story. Madeleine waited for hours for the arrival of her beloved, fantasizing about the far lands that awaited them, but from the path, at dusk Henry appeared broken and exhibited his empty wallet, a metaphor for a denied future. They came home, desperate. Absinthe did not alleviate the pain of the broken dream, the lovers could not bear to live apart. So Madeleine implored the young man to keep faith with their old oath: together forever, against any adversity, they would leave for a trip more long. “Shoot! Shoot! Shoot me Now!” He shouted Madeleine with fiery eyes. The young man cried, refused to kill the woman he loved, but: “Shoot Coward! You swore it on your mother’s head! Shoot!” He fired. She fell on the bed, moved again and pronounced his name when a second shot ended her torment. And then the beautiful darkness turned the weapon against himself and let the blow start on his face. He fell on the bed, he was still alive. Passersby heard the shots, the moans, forced the gate and broke the door: the two were close, she was naked, the clothes tidied and folded on the chair. Henry almost lifeless, unrecognizable in the face, the air was smelling of gunpowder and the blankets were still bloody with blood still hot. After only a month there was the trial, Mr. G. tried in every way to preserve his dignity accusing the young man of violence and murder, and despite the love letters and testimonies of many, Henry was sent to forced labor, then commuted by the President of the Republic of France, Jules Grévy, in seven years in prison. Then his traces were lost, nothing is known about the rest of his life, and nothing is left of the story of this cursed love.Today I have opened an old, dusty, faded document and I have let revived Madeleine, who is always with Henry.

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Le Disciple – Collection  Nelson – Barribal William H.

 

Nazi Men Aesthetic | Bellezza Maschile nel Terzo Reich

L’oscura voragine entro cui sprofondò l’ideologia nazista fu contraddistinta da una singolare antinomia che vide il trionfo di un’ossessiva ricerca della perfezione estetica alternarsi a una morale scellerata. All’animo turpe di molti soldati del Terzo Reich corrispondeva un’apparente contraddittoria bellezza fisica, quasi come fosse necessaria a purificare la crudeltà dei loro pensieri. Attraverso questa serie di immagini la mia ricerca esibisce lo splendore del male e il travestimento del ripugnante, che generano una euritmia spaventosa.

The obscure chasm in which the Nazi ideology collapsed was marked by a singular antinomy that saw the triumph of an obsessive pursuit of aesthetic perfection alternating with a nefarious morality. To the turbulent mind of many soldiers of the Third Reich corresponded an apparent contradictory physical beauty, almost as if it were necessary to purify the cruelty of their thoughts. Through this series of images my research exhibits the splendor of evil and the disguise of the repugnant, which generates a frightening eurythmy.

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© SS young pretty soldier. Beautiful innocent face, in contrast with the skull on the hat

marseille

© Hans Joachim MarseilleHansJoachim Walter Rudolf Siegfried Marseille was a German fighter pilot during World War II. A flying ace, he is noted for his aerial battles during the North African Campaign. Marseille claimed all but seven of his 158 victories against the British Desert Air Force over North Africa

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© Early in his career, he was transferred from JG-52 by his commander, the famous Johannes “Macky” Steinhoff who said, “Marseille was remarkably handsome”

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© Hans-Joachim Marseille in North Africa

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Group of nazi soldiers

Young Waffen-SS soldie

Young Waffen-SS soldier

The Kam brothers, left-right Poul, Soren and Erik nazi beauty boys men soldiers gay blog blogger fashion luciano lapadula

© Poul, Soren and Erik: The Kam brothers.
They volunteered and fought in the 5th SS division, Wiking

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© Soren Kam. Soren was the CO of the Schalburg corps, a Danish element of the SS, was alleged to have been involved in the theft of the Jewish birth records in Denmark, so they could be efficiently deported/exterminated, recipient of the Knights Cross and was #5 on the Jews most wanted list before his death

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© Ludwig Kepplinger (31 December 1911 — 26 August 1944) was a Sturmbannführer (Major), in the Waffen-SS during World War II who was awarded the Knight’s Cross of the Iron Cross

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Joachim Peiper

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Captured German soldiers by Canadian soldiers 1943 c.

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Erich “Schmidtchen” Schmidt (

Værnepligt

During the battle – 1943

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© Sweet and Beautiful junior army officer

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© Look as a 90s JPG model. Kriegsmarine/German Sailor

Helmut Oberlander beautiful nazism nazi beauty men boy man blog gay moda fashion history

© Helmut Oberlander (born 15 February 1924) is a former Canadian citizen who was a member of the Einsatzgruppen death squads of Nazi Germany in the occupied Soviet Union during World War II. Oberlander is on the Simon Wiesenthal Center’s list of most wanted Nazi war criminals

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© Gerhard “Gerd” Barkhorn (20 March 1919 – 8 January 1983) was the second most successful fighter ace of all time after fellow Luftwaffe pilot Erich Hartmann, the two people to ever exceed 300 confirmed victories

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from Nazi Marine

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Kriegsmarine

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Kriegsmarine

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© SS Untersturmführer Havvo Lübbe 1942

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La nascita della Tuta nell’Italia Futurista – Jumpsuit from Futurism

Innovazione in ogni campo, rapidità e praticità nel costume e nella moda pervasero gusto e stili di vita dell’Italia futurista. L’abito per quanti aderirono alla corrente si trasformò nella rappresentazione della propria identità, dando il via alla

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Manifesto Futurista. Marinetti. “Le Figaro” 1909

produzione di capi di vestiario concepiti come opere d’arte. Tra queste creazioni spiccano i colorati e geometrici gilet creati da Depero dal 1923, allo stesso modo dei tessuti stampati opera di Sonia Delaunay.

depero futurismo moda panciotto fashion luciano lapadulaMeno glamour e maggiormente legata a un’idea di dinamismo e praticità, fu la nascita della tuta ideata da Thayaht nel giugno 1920. Il senso di questo innovativo capo era quello di rendere semplice e veloce la vestizione, garantendo comodità e agilità, in quanto un abito razionalista slegato da inutili orpelli. La spesa per la confezione dell’indumento doveva essere minima, in modo da poter essere confezionato anche in casa autonomamente, in linea con il principio funzionale dell’“abito-massa”. Nel 1873 negli Stati Uniti, levi jumper old tuta invenzione 1873 levis jeans storia luciano lapadula moda fashionLevi aveva iniziato la produzione di capi in denim destinati al lavoro, che evolvettero presto in overall con pettorina e bretelle, finché, nel 1906, Gertrude Stein raccontò del particolare abito indossato da Picasso, simile a una tuta. Oltre alla novità di aver assegnato un nome e quindi un’identità a quell’indumento, un ulteriore apporto è rinvenibile nel suo schema di progettazione, che rivestiva il corpo dando la prerogativa alla pratica bidimensionalità piuttosto che all’eleganza o alle forme.Thayaht nel giugno 1920 tuta storia moda futurismo fashion luciano lapadula Su “La Nazione” fu allegato un cartamodello della tuta al costo di soli cinquanta centesimi. Era la prima volta che si offriva ai lettori una sorta di coordinato: ideazione, realizzazione, neologismo, pubblicità, marketing e vendita, e non di un prodotto finito,
bensì di un cartamodello che permetteva una seriale riproducibilità dell’indumento
svincolandolo da marchi. Il successo fu notevole, la sua linea morbida, il tessuto lavabile, la semplice fattura e la purezza dei colori fecero della tuta un abito moderno,
dinamico e alla portata di tutti. thayaht tuta storia moda macabro grottesco luciano lapadula libro v magazine lampoon vogue glamourLa contessa Rucellai lo apprezzò al punto da organizzare nel suo palazzo un ballo-tributo in cui fu obbligatorio per tutti indossarla. «Tutti in tuta» proclamavano le pubblicità, un indumento unisex, nuovo, veloce, e soprattutto così simile al vestito antineutrale, di cui si discusse su un nuovo Manifesto il 20 maggio del 1914.

Da: “Il Macabro e il Grottesco nella Moda e nel Costume” di Luciano Lapadula. Edizioni Progedit 2017.

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Innovation in every field, speed and convenience in costume and fashion was the foundation of futurism in Italy. The dress for those who joined the stream became the representation of their identity, giving way thanks to the Futurist Manifesto by Marinetti on “Le Figaro” in 1909, to a production of garments designed as works of art. Among these creations stand out the colorful and geometric gilet created by Depero since 1923, in the same way as the printed fabrics by Sonia Delaunay.

Less glamorous and more connected to an idea of ​​dynamism and practicality, it was the birth of the jumpsuit created by Thayaht in June 1920. The sense of this innovative garment was to wear quickly and easily a dress, ensuring comfort and agility, as a rationalist dress had to be. The expense for the garment packaging had to be minimal, so that it could be packaged by yourself independently, in line with the functional principle of “dress-mass”. In 1873 in the United States, Levi started production of denim garments for work, which soon evolved into overall with bib and braces, until, in 1906, Gertrude Stein told of the particular suit worn by Picasso, similar to a jumpsuit. In addition to the novelty of having assigned a name and therefore an identity to that garment, a further contribution can be found in its design scheme, which covered the body giving the prerogative to practice two-dimensionality rather than elegance or forms. On “La Nazione” magazione, a paper pattern was attached to the suit for only fifty cents. It was the first time that readers were offered a sort of co-ordination: conception, creation, neologism, advertising, marketing and sales, and not a finished product,
but a paper pattern that allowed a serial reproducibility of the garment
freeing it from brands. The success was remarkable, its soft line, washable fabric, the simple workmanship and the purity of the colors made the suit a modern dress,
dynamic and accessible to everyone. Italian Countess Rucellai appreciated it to the point of organizing a tribute dance in her palace in which it was obligatory for everyone to wear it, as a dresscode. “Everyone in overalls” proclaimed advertisements, a unisex garment, new, fast, and above all so similar to the antineutral dress, which was discussed in a new Manifesto on May 20, 1914.

From my book: “Macabre and Grotesque in Fashion and Costume History)

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